Libri

NONSEPARAZIONE – Carlo Buono

 

Collana “Perle dell’ADVAITA”

NONSEPARAZIONE

Ogni pagina di questo libro è intrisa di un ‘sapore’ speciale: il sapore della non dualità, secondo cui nella realtà ci sono infinite differenze, ma nessuna vera separazione.

Carlo Buono si diletta ad ammirare il maestoso e scanzonato ‘Gioco Cosmico’ dell’Uno che appare come i molti, traducendolo in una fantasmagorica danza di parole e concetti, a volte paradossale, altre bizzarra, spesso spiazzante. G.K. Chesterton diceva che un paradosso è la verità che sta ritta in piedi sulla propria testa per attirare l’attenzione. L’esito è spesso uno spiazzante e contagioso umorismo, che esplode nello sberleffo di un’incontenibile risata di fronte al vertiginoso Mistero che sempre ci coinvolge in questo stupefacente e folle spettacolo che chiamiamo ‘vita’.

Carlo Buono vive sulla riva del Po di Primaro, si prende cura del boschetto da lui piantato nella vecchia golena, insegna saltuariamente meditazione e pratica costantemente il nuoto (in piscina). Prefazione di Mauro Bergonzi.

Ogni pagina di questo libro è intrisa di un ‘sapore’ speciale: il sapore della non dualità. La parola ‘non dualità’ indica il semplice fatto che nella realtà ci sono infinite differenze, ma nessuna vera separazione. Anche la scienza ci dice che l’universo è un tutto integrato da cui non si può separare o isolare nulla, se non convenzionalmente e astrattamente attraverso il linguaggio. Per la scienza infatti l’universo è un unico, indivisibile processo, simile a un grande fiume. Noi, come tutto il resto, assomigliamo a un gorgo d’acqua: prova a prenderlo con un secchio, e avrai solo un secchio d’acqua stagnante. Il gorgo, infatti, sembra un’entità separata e individuale, ma in realtà non si può isolare dal fiume, per il semplice fatto che è solo un movimento dell’intera corrente: è il modo in cui essa appare in quel determinato punto. C’è solo la corrente del fiume e ciò che chiamiamo ‘gorgo’ è semplicemente una sua azione. Proprio come il gorgo, ognuno di noi crede di essere un’entità isolata dal tutto, ma in realtà siamo l’azione dell’intero universo, inseparabili da esso: un unico grande processo che non nasce e non muore. Se ti siedi per un po’ in silenzio e non fai assolutamente niente di deliberato, fermando per qualche istante l’illusione di un ‘io’ isolato che ‘pensa’, ‘decide’ e ‘fa’, ti accorgerai che tutto continua ad accadere lo stesso, come un immenso fiume di pensieri, percezioni, decisioni e azioni. Tutto questo è l’Essere che appare come Vita, e la Vita si manifesta come un movimento incessante che non è solo energia, ma anche intelligenza. Il movimento della vita infatti è vibrazione, danza armonica degli opposti (sistole e diastole, espansione e contrazione, unione e separazione, aggregazione e disgregazione, ordine e caos, piacere e dolore, nascita e morte) che possiede una sua organicità intelligente.

Dal punto di vista dell’Essere, nulla mai accade, perché il tempo non esiste: tutto è qui adesso, in un’unica singolarità. Ma dal punto di vista della Vita, tutto è movimento organico di energia-intelligenza. Ma questo significa allora che c’è un dualismo fra l’Essere immobile e il movimento della Vita? No. È a causa dei limiti dualistici del pensiero (che deve per forza esprimersi attraverso gli opposti, come per es. quiete/movimento, essere/divenire, spirito/materia, ecc.) che appare appunto la dualità, ma ‘Ciò che è’ viene prima del pensiero e lo include nella sua totalità. Il pensiero, attraverso il linguaggio, definisce un aspetto della realtà escludendo tutto il resto, perché omnis determinatio est negatio: se dico ‘mela’ escludo che sia anche ombrello, acqua o sasso. Per le leggi della logica, se qualcosa è un cane non può essere anche un gatto. Se tuttavia l’universo è una totalità priva di reali separazioni, allora è allo stesso tempo sia cane sia gatto, proprio come la corrente unica del fiume è allo stesso tempo tutti i gorghi in apparenza separati. Analogamente, un orecchio non può essere un naso, ma ‘io’ (come organismo unitario) sono sia orecchio, sia naso. L’Essere appare come una molteplicità di persone, situazioni, paesaggi, azioni, caratteri, vite, in costante trasformazione: un fantasmagorico spettacolo sempre diverso, che va e viene sullo sfondo unitario e costante della Presenza. L’io individuale di ciascuno di noi innegabilmente appare, ma non è separato dall’Essere, proprio come ogni onda è diversa da un’altra, ma sono tutte una stessa acqua che ondeggia.

In realtà siamo tutti la Presenza che si manifesta come te e me. In un sogno sorgono dal nulla tante persone e situazioni diverse, apparentemente separate tra loro, ma sono tutte letteralmente ‘fatte’ della coscienza del sognatore e inseparabili 5 da essa. Così è anche questo meraviglioso spettacolo della veglia: un unico spazio senziente che appare come te e me. Ecco perché, quando una qualunque religione si rivolge a noi come se fossimo ‘anime’ separate, dicendo: “Percorri il mio sentiero e otterrai l’Eterno”, somiglia tanto a un’ingenua onda che si sforza di raggiungere il mare. Ma anche questo è perfettamente appropriato nel gioco della Presenza, che dimentica se stessa per il solo gusto di ritrovarsi sempre, alla fine. Ciò che è è indescrivibile attraverso il pensiero, non è nemmeno ‘Essere’, ‘Vita’, ‘Energia’ o ‘Intelligenza’. Le parole ammutoliscono davanti al Mistero della Presenza. La nostra mente traccia con i pensieri e le parole infinite linee di confine, con cui divide il lungo dal corto, l’alto dal basso, il bene dal male, la vincita dalla perdita, la salita dalla discesa, la vita dalla morte. Terrorizzata dal sentirsi in caduta libera in un abisso sconfinato e ignoto, senza fondo né punti di riferimento, essa traccia un’immaginaria linea di confine che divide lo spazio in due: nasce così l’apparente contrapposizione fra un soggetto (‘io’) e un oggetto (il ‘mondo’), fra un ‘dentro’ e un ‘fuori’, fra la prosaica e noiosa vita ordinaria e la misteriosa dimensione del sacro. Poi la mente dimentica di essere stata lei a farlo e si convince che veramente esistano due realtà separate. A questo punto, identificandosi soltanto con una delle due (l’‘io’ isolato dal mondo ‘là fuori’, vita profana isolata da quella sacra, e così via) vive il disagio della separazione e nasce il problema di come uscire dalla propria ‘metà’ per raggiungere l’altra, o di come riunificare le due dimensioni. Tuttavia ogni sforzo per superare il confine non fa che rafforzarlo, perché, se cerco di superarlo, vuol dire che sono convinto che esista veramente, che sia reale al di fuori del mio pensiero. Perciò l’esito finale non può che essere un fallimento: come fai infatti a superare un confine che non esiste? Così la mente prima crea l’illusione che ci siano due 6 dimensioni diverse, poi si pone il problema di riunificarle, e infine, attraverso i suoi sforzi, non fa che confermare la falsa divisione da lei stessa prodotta.

La vera e unica non dualità, pura e senza compromessi, è estremamente rara da incontrare e impossibile da capire o accettare con la mente: essa non si rivolge all’individuo separato (di cui segna la scomparsa, anche se si tratta della fine di qualcosa che non è mai veramente esistito), ma a quel vedere (da parte di nessuno) che ci illumina tutti dell’unica coscienza che c’è. Nessuno di noi può mai ‘capire’ la non dualità. Per fortuna, non ne abbiamo alcun bisogno, perché la siamo: è l’unica cosa che c’è, magnificamente ignota ed evidente al tempo stesso. In realtà, siamo sempre in caduta libera nell’Ignoto e la vita ordinaria, con tutte le sue apparenti divisioni e costrizioni, non è separata dal nostro volo: sé e mondo coincidono alla luce della Presenza che siamo. Il fatto è che, di fronte al Mistero della Vita, cerchiamo la risposta nel pensiero, passando da un’idea all’altra, ognuna delle quali sembra darci il sollievo solo momentaneo di una ‘spiegazione’ sempre insufficiente. Ma la risposta al Mistero della Vita non sta nel pensiero: è la Vita stessa, che palpita, pulsa ed esplode nella meraviglia di ogni istante. La realtà, ciò che tu veramente sei, non è qualcosa che la mente possa comprendere col pensiero. Ma appena ti fermi un attimo (e questo può accadere in qualsiasi momento), ecco di nuovo chiara ed evidente la Presenza silenziosa che è sempre qui, sempre adesso, a mostrarti il fatto inaudito e meraviglioso che ci sei e sei cosciente. Non importa se ciò di cui sei cosciente è un’esperienza piacevole o spiacevole: comunque sia passerà, ma il puro fatto di esserci ed essere cosciente resta del tutto inalterato da ciò che hai esperito, in un eterno presente.

Poiché noi siamo coscienti, il fatto che l’universo ci includa dimostra inconfutabilmente che esso è un sistema auto-osservante, ossia una totalità cosciente capace di osservare se stessa attraverso di noi. D’altra parte, nella nostra esperienza, il mondo e la coscienza appaiono sempre insieme: senza coscienza, che fine fa l’universo? Quando due cose compaiono sempre e soltanto insieme, occorre concludere che sono solo due aspetti diversi della stessa cosa: la testa e la coda di un gatto non sono due ‘entità’ separate, ma una sola: il gatto, appunto. Dunque, se l’universo appare sempre e soltanto quando c’è la coscienza, allora sono due aspetti diversi della stessa realtà. Mondo e esperienza del mondo sono due descrizioni della stessa cosa. Dov’è la realtà al di fuori dell’esperienza che ne abbiamo? Quando usiamo la parola ‘suono’, intendiamo qualcosa nel mondo ‘là fuori’. Quando usiamo la parola ‘udire’, intendiamo qualcosa nella coscienza ‘qui dentro’. Ma sono solo le parole a creare la differenza. Quando ‘odi’ un ‘suono’, puoi stabilire precisamente fin dove arriva il ‘suono’ e dove comincia l’’udire’? Oppure ‘suono’ e ‘udito’ non sono che due nomi diversi per indicare la stessa esperienza? ‘Salita’ e ‘discesa’ sono due cose separate, o solo due nomi diversi per indicare lo spesso pendio, a seconda del verso in cui lo percorri? Non è possibile separare l’osservatore dall’osservato, come non puoi separare il mare dalle onde: il mare è le onde, ma anche tanto di più, nei suoi abissi insondabili. Così la coscienza non si può separare dai suoi contenuti: è anche quelli, ma non solo quelli. I pensieri e le sensazioni sono le onde, la coscienza è l’acqua. Acqua e onde sono una sola cosa, ma le onde nascono e muoiono, l’acqua c’è sempre. Il nostro problema è che, identificandoci soltanto con questo corpo e questa mente, vediamo solo le onde e non vediamo mai l’acqua. Allora ci chiediamo: che senso hanno le effimere onde, che nascono e muoiono? Le onde sono la danza dell’acqua, il suo gioco. Le onde sono una semplice attività dell’acqua, proprio come questo corpo e questa mente sono un’attività dell’unica Vita che ci abita tutti. L’universo intero è la danza di questa intelligenza-energia che inesauribilmente vive attraverso le mille nascite e le mille morti degli apparenti individui separati che crediamo di essere. Ma in realtà siamo tutti un unico Sé, onde di un’unica acqua. Qual è il senso di tutto ciò? Se l’Essere è Uno, perché ci sono tutte queste apparenti separazioni? La risposta breve è: perché no? La risposta lunga è che non c’è un perché, non c’è un senso. La vita non ha bisogno di uno scopo per esserci: per questo è così magnifica. Ciò che suscita la nostra meraviglia ci tocca nel profondo proprio perché va ben oltre la nostra capacità di conferirgli un senso. Gli inglesi usano uno stesso verbo, to play, per indicare l’atto di giocare, di recitare e di suonare uno strumento musicale. Che cos’hanno in comune queste tre azioni? Che in genere si compiono per il solo gusto di farle, perché non servono a nient’altro e sono fine a se stesse. Non a caso in diverse religioni l’azione divina nell’universo è stata spesso paragonata ad un ‘gioco’, a una ‘recita’ o ad una ‘musica’: Dio gioca, danza e ‘suona’ il mondo.

Seguendo queste metafore, potremmo narrare una storia: Un giorno Dio voleva giocare a nascondino, ma, essendo Solo, non aveva alcun altro con cui giocare se non Se stesso. Decise allora che alcune parti di Sé avrebbero dimenticato di essere Dio e si sarebbero credute persone separate e limitate, vale a dire ‘noi’. Così Egli si nascose a noi, in noi. Noi continuiamo sempre ad essere Dio (che è Onnipresente), ma ora l’abbiamo dimenticato e ci sentiamo piccoli, limitati, carenti e incompleti, per cui cerchiamo con ogni mezzo di raggiungere Dio o la Totalità. Come ingenue onde che si sforzano di raggiungere il mare, crediamo di essere caduchi e cerchiamo l’eternità che invece già abita in noi,. Quando, durante la nostra effimera esistenza, riemerge il ricordo di essere Dio, facciamo finalmente ‘tana’ e finisce così il gioco del nascondino: l’onda che va e viene comprende di essere sempre stata l’acqua che non nasce e non muore e noi ci riconosciamo in Dio. Ecco, se proprio vogliamo trovare un ‘senso’ alla nostra apparentemente effimera esistenza, è proprio questo: la meraviglia di scoprire che siamo l’eterna Presenza che non smette mai di danzare. Ma anche se non lo scopriamo, siamo sempre e comunque la Presenza.

Carlo Buono, col suo sguardo innocente da bambino un po’ burlone, si diletta ad ammirare il maestoso e scanzonato ‘Gioco Cosmico’ dell’Uno che appare come i molti, traducendolo in una fantasmagorica danza di parole e concetti, a volte paradossale, altre bizzarra, spesso spiazzante. Quando leggi un suo aforisma, lì per lì puoi restare perplesso, un po’ sperduto nel buio del nonsenso e ti ci vuole 10 qualche istante perché lampeggi infine la sua logica nascosta e segretamente vera. G.K. Chesterton diceva che un paradosso è la verità che sta ritta in piedi sulla propria testa per attirare l’attenzione. L’esito è spesso uno spiazzante e contagioso umorismo, che esplode nello sberleffo di un’incontenibile risata di fronte al vertiginoso Mistero che sempre ci coinvolge in questo stupefacente e folle spettacolo che chiamiamo ‘vita’. Le agili capriole verbali e concettuali di Carlo sono come i ritornelli di una stessa canzone, da cui si sprigiona un inconfondibile profumo di non dualità: le sue esilaranti e vertiginose piroette ci danno quasi il capogiro, ubriacandoci di ‘nonseparazione’.

Se è vero che la Presenza si esprime in tutto il multiforme spettacolo dell’universo, allora gli aforismi di Carlo sono la Presenza che gioca e scherza con ogni aspetto della vita, come quando si beve spensieratamente un bicchiere di vino tra vecchi amici, senza bisogno di dire o fare niente di speciale per sentirsi felici.

Estratto dal libro – poesie di Carlo Buono

______________________
Mattino
risveglio
spazio aperto
riposare in lui
Mentre il mondo
gradualmente appare
accorgersi che lo spazio
è la materna sorgente
del mondo
______________________

Pensiero:
apparizione fluttuante
dalla sconosciuta origine.
Viene comodo arretrare,
evitare il mistero
e dire:
“Il pensiero è mio”.
_________________________
La Sorgente
è dentro il mondo
ma non è imprigionata.
La Sorgente
è fuori dal mondo
ma non è separata.
__________________________

 

 


Codice: ISBN 88-95168-03-8
Dimensioni: cm. 13,7 x 21,5 x 1,0
Rilegatura: brossura – Pagine 87

Prezzo: €10,00 + € 2,00 di contributo per spese di spedizione

 


 

 

Eternità ora – Francis Lucille

Collana “Perle dell’ADVAITA”

Eternità ora
Francis parla di una cosa: la consapevolezza, la nostra vera natura, l’Assoluto. Questo è l’antico insegnamento della non-dualità, la base comune dell’ Advaita Vedanta, del Buddhismo Ch’an, dello Zen, del Taoismo e del Sufismo, la stessa base comune che è al centro del messaggio lasciato dai fondatori di tutte le più grandi religioni.

(continua)
In  modo amorevole, aperto, pieno di beatitudine e di pace, Francis ci conduce alla profonda comprensione che ciò che noi siamo è amore, pura consapevolezza che è al di là e fra tutte le attività della mente.
Advaita è una parola sanscrita che significa, letteralmente, “non due”. Sinonimi di Advaita sono non-dualità (o nondualità). L’Advaita non è né una filosofia né una religione. La non-dualità è un’ esperienza nella quale non c’è separazione fra soggetto ed oggetto; un “me” ed il resto dell’universo; un “me” e Dio. E’ l’esperienza della coscienza, come nostra vera natura, che rivela sé stessa quale assoluta felicità, amore e bellezza. E’ chiamata coscienza quella cosa, qualunque essa sia, che è consapevole  di queste  parole proprio qui, proprio ora.
Un saggio è chi vive in questa coscienza, essendone consapevole. Dal momento che la consapevolezza è impersonale ed universale, c’è un solo saggio oltre le apparenti distinzioni di razza, genere, età, etc. Un saggio non è necessariamente un insegnante spirituale ed un insegnante spirituale non è necessariamente un saggio. Ramana Maharshi, Krishna Menon e Jean Klein erano dei saggi che hanno insegnato nel ventesimo secolo.  Ramana Maharshi ha usato il metodo dell’auto indagine con i suoi discepoli meno avanzati. Lo studente che pratica l’auto indagine mantiene la sua attenzione focalizzata sulla sorgente dell’Io-pensieri e dell’Io-sentimenti, ogniqualvolta questi sorgano. Una volta che l’illuminazione ha avuto luogo, il processo dell’auto indagine continua senza sforzo. L’attenzione spontaneamente ritorna alla sorgente alla fine di ogni pensiero e sentimento e non c’è più bisogno di focalizzare ancora l’attenzione. Studenti più avanzati possono essere portati direttamente all’esperienza del loro vero Sé ascoltando la verità dalle labbra del guru e/o attraverso la sua silenziosa presenza. Questo viene chiamato sentiero diretto, il sentiero usato, fra gli altri, da Ramana Maharshi, Krishna Menon e Jean Klein. Il processo dell’autorealizzazione continua spontaneamente fino a quando il corpo-mente-mondo fermamente dimora nella pace e nella felicità. Tutto ciò che  può essere detto sull’esperienza della non dualità è, per bene che vada, una pallida approssimazione a livello concettuale, un mero indicatore. Il Buddismo Zen usa la metafora di un dito che indica la luna: anche se il dito indica la luna, il dito e la luna appartengono a due mondi diversi.
L’Advaita trascende tutte le religioni, le filosofie e le nazionalità. Non divide ma piuttosto unisce. Membri fanatici di diverse religioni non possono mai accordarsi sui loro concetti di Dio, ma saggi con differenti bagagli culturali  non potranno mai non essere d’accordo sulla loro esperienza condivisa della non dualità. I fondatori di tutte le grandi religioni erano dei saggi. La non-dualità è al centro dell’Induismo, del Sufismo, del Buddismo Zen, dello  Shivaismo Kashmiro e degli insegnamenti di Cristo.

 

Estratto di tutti i capitoli

INTRODUZIONE
Normalmente ci identifichiamo con un miscuglio di pensieri, percezioni e sentimenti. Questa identificazione con un corpo-mente personale è profondamente radicata in noi. Le persone intorno a noi – i nostri genitori, i nostri insegnanti, i nostri amici e così via – credevano di essere delle entità personali e noi abbiamo trovato piuttosto naturale seguire le loro orme senza discutere questa convinzione che, da un’analisi più accurata, risulterà essere l’origine di tutta la nostra sofferenza.
Se il corpo-mente è un oggetto, una collezione personale e limitata di attività mentali, allora ci deve essere un testimone al quale ciò appare. Normalmente,questo testimone viene definito con il nome di coscienza o consapevolezza.Se indaghiamo su ciò che siamo, diventa chiaro che è proprio questa consapevolezza quello che precisamente chiamiamo “Io”. La maggior parte delle persone identifica questa coscienzatestimoniante con la mente testimoniata e facendolo sovrappone le limitazioni personali di quella mente alla coscienza, concettualizzandola come un’entità personale.
Quando intenzionalmente cerchiamo di osservare questo testimone, ci troviamo di fronte ad una situazione inusuale : da una parte, il nostro tentativo sembra fallire, a causa della natura soggettiva della coscienza e dell’incapacità della mente di riconoscere qualcosa di non-oggettivo; dall’altra,l’attività mentale formata dall’attuale accompagnamento di pensieri e sensazioni sembra fermarsi per un istante. Benché questo “fermarsi” non lasci alcun ricordo a livello della mente, questa non-esperienza genera un forte sentimento di identità ed un’ineffabile certezza d’essere che noi descriviamo usando le parole “Io” oppure “Io sono”. Dopo un po’, l’ego si ripresenta con il pensiero “Io sono questo corpo-mente”, proiettando ancora una volta i limiti spazio-tempo dell’entità personale sul senza limiti “Io sono”. L’essere senza limiti dell’”Io sono” non può essere affermato dal livello della mente, ma rimane con noi come un “retrogusto”, una volta che il mondo oggettivo riappare.
Essendo stati informati della presenza di questo sfondo testimoniante ed avendo dato una prima occhiataal nostro sé reale,nasce una potente attrazioneche ci riporta ancora ed ancora a questa non-esperienza. Ogni nuova occhiata rafforza il “profumo” di libertà e felicità che emana da questa nuova dimensione. Mano a mano che la nostra presenza senza tempo diventa sempre più tangibile, la nostra vita quotidiana prende una nuova svolta. Le persone, le distrazioni e le attività che di solito esercitavano su di noi una forte attrazione, ora sono guardate con indifferenza. I nostri precedenti attaccamenti ideologici diventano, senza apparente motivo, sempre…

Capitolo 1
L’ARTE DI NON ASPETTARSI NULLA
D.: Cosa ci possiamo aspettare dai nostri incontri?
R.: Aspettatevi di imparare a non aspettarvi nulla. Non aspettarsi nullaè una grande arte. Quando non viviamo più nell’aspettativa, allora viviamo in una nuova dimensione. Siamo liberi. La nostra mente è libera. Il nostro corpo è libero. Comprendere intellettualmente che non siamo un’entità psico-fisica inprocesso di divenire è un primo passo necessario, ma questa comprensione intellettuale, da sola, non è sufficiente. Il fatto chenon siamo il corpo, deve diventare una vera esperienza che penetra e libera i nostri muscoli, i nostri organi interni ed anche le cellule del nostro corpo. Una comprensione intellettuale, che corrisponde ad un improvviso, fugace riconoscimento della nostra vera natura, ci porta uno sprazzo di gioia pura, ma solo quando abbiamo la piena conoscenza di non essere il corpo, allora siamo quella gioia.
D.: Come posso percepire, in un modo sensoriale,di non essere il corpo?
R.: Noi tutti sperimentiamo momenti di felicità che sono accompagnati da una percezione di espansione e di rilassamento. Prima di percepire il corpo, eravamo in uno stato di gioia senza tempo, senza-causa e pura e la sensazione fisica era semplicemente la sua conseguenza finale. Questa gioia percepisce sé stessa. In quel momento, non eravamo un corpo limitato nello spazio, non eravamo una persona. Noi conoscevamo noi stessi nell’immediatezza del momento. Tutti noi conosciamo questa felicità senza-causa. Quando esploriamo profondamente ciò che chiamiamo il nostro corpo, scopriamo che la sua vera sostanza è questa gioia. Non abbiamo più la necessità, né il gusto e neppure la possibilità di trovare la felicità in oggetti esterni…

Capitolo 2
IL SENTIERO DIRETTO
D.: Quando sperimentiamol’illuminazione, siamo consapevoli delle nostreincarnazioni passate? E’ questo ciò che intendono i maestri Ch’an quando parlano del vedere il nostro volto originale?
R.: Colui che “sperimenta” l’illuminazione non è un’entità limitata, presumibilmente soggetta alla reincarnazione. C’è solo una luce, una consapevolezza nella quale tutti i tempi, tutti i mondi e tutte le incarnazioni esistono, in una simultaneità senza tempo al di fuori della portata della mente seriale.Di fatto, nessuno sperimenta l’illuminazione, poiché essa è un’esperienza non-oggettiva, in assenza di un’entità personale. Si può dire che, in questa non-esperienza, il nostro volto originale veda sé stesso; lì, tutte le domande trovano la loro risposta Ultima.
D.: Se c’èuna fine dell’ignoranza, deve essercene anche un inizio. Come può quindi essere “senza inizio”? Se c’è un inizio della delusione, come posso essere certo che non ricomincerà ancora, dopo esserefinita?
R.: Ogni cosa che ha un inizio ed una fine, haorigine da, esiste in e si fondein questo sottofondo senza tempo della consapevolezza. Anche se ogni cosa sembra avere un inizio ed una fine nel tempo, un’indagine approfondita rivelerà che in realtà ogni cosa, incluse le nozioni del tempo e dello spazio, ha la sua origine e la sua fine nella nostra essenza senza tempo: la consapevolezza, il nostro vero “Io”.Avendo la sua origine e la sua fine nella coscienza, una tale “cosa” non è diversa dalla consapevolezza. La sua sostanza èconsapevolezza,proprio come l’oro è la vera natura di un anello. Ne consegue che ogni cosa è pura coscienza, puro essere, pura beatitudine. Il tempo e tutti gli altri oggetti, in quanto tali, sono illusioni. Essi prendono in prestito la loro realtà dalla coscienza, ma non hanno un’esistenza indipendente e quindi non hanno né inizio né fine nel tempo.
Quandoparli di delusione,presupponi, implicitamente, che ci sia una persona che viene delusa e che si illuminerà ad un certo punto nel futuro. Seindagherai seriamente a riguardo di questa entità personale, scoprirai che si tratta semplicemente di un oggetto percepito, fatto di pensieri e di sensazioni fisiche,soggetto ad apparire e scomparire, totalmente distinto dal sé permanente che tu, intuitivamente, sai di essere. Dunque, chi era soggetto alla delusione? Non può assolutamente essere la consapevolezza,il tuo vero sé, la verità Ultima; ma, d’altra parte, non può assolutamente essere neppure un’entità personale, perché una tale entità è…

Capitolo 3
L’AMORE NON MUORE MAI
D.: Le persone che si fermano un attimo a domandarsi, onestamente,“Chi o cosa sono io?”, ammetteranno rapidamente di non saperlo. Qual è la nostra vera natura?
R.: Non sono certo cheammetterebbero velocemente di non saperlo, poiché è necessaria una profonda ricerca per produrre la maturitàdi un’esperienza profonda. Se, dopo aver tentato di comprendere chi sei, la risposta è ”Nonso” io direi, “Bene. Cerca ancora”. Questa ricerca su chi siamo è un’impresa seria. Deve diventare la sola domanda nella nostra vita, non semplicemente una domanda cheripetiamo verbalmente “Chi sono io? Chi sono io? Chi sono io?”. Deve sopraggiungere inaspettatamente, ad esempio, quando un compito è stato completato, quando siamo in un momento di apertura.
Questa domanda può manifestarsi in forme diverse, come ad esempio: ”Cos’è la vita?”; “Cos’è la felicità?”; ”Cos’è la verità?” . Tutte queste domande sono equivalenti e portano alla stessa domanda:“Chi sono io?”.Quando una di queste domande sorge in modo spontaneo, dovremmo rispondere aprendo il nostro cuore, dandole tutta l’attenzione e l’amore di cui siamo capaci e vivendo con essa. Allora la ricerca resta viva in noi. Essa apre un sentiero di comprensione e chiarisce la mente. Noi ci troviamoin questa apertura, aperti all’ignoto edin questa quiete c’è l’opportunità di essere portati al di là, alla comprensione che noi siamo ciòchestiamo cercando.
D.: Hai messo in evidenza il fatto che nonè saggio affrontare troppo velocementela domanda ”Chi sono io?”. Ci sono persone che dedicano la loro vita a questa domanda oppure adun suo particolare aspetto.Per esempio: un filosofo può dedicare la propria vita a rispondere alla domanda ”Cos’è la vita?”, mentre un fisico può dedicare tutto sé stesso a capire ”Cos’è il mondo?” ed unopsicologo può passarela suavita chiedendosi ”Cos’è una persona?”. Forsequalcuno di questiapprocci , sviluppatofino alla sua fine naturale, può essere una stradapossibile verso la nostra vera natura?
R.: Questi metodi di ricerca non portano il ricercatore da nessuna parte. Per bene che vada, lo portano a comprendere di stare viaggiando in un vicolo cieco. Questo è già un raggiungimento. La vera domanda “Chi sono io?” richiede un’enorme maturità, altrimenti la ricerca non è genuina, perché corrotta dai desideri e dai concetti sbagliati dell’ego…

Capitolo 4
LA NOSTRA VERA NATURA NON E’ UN OGGETTO
D.: Cos’è la nostra vera natura?
R.: Non è un oggetto. Non è qualcosa che può essere percepito dai cinque sensi o che può essere concepito dallamente. La nostra falsa natura è sempre un qualche tipo di oggetto. Il corpo, per esempio, è un oggetto. E’ un insieme di percezioni, sensazioni e concetti su cos’èil nostro corpo. Anche la mente è un oggetto. Tuttavia, la nostra vera natura non è un oggetto.
E’ molto difficile parlarne perché le parole e la struttura del linguaggio sono progettati per riferirsi ad oggetti. Non abbiamo parole che possano descrivere qualcosa che è non oggettivo. Dobbiamo, perciò,usare metafore o negazioni. Così,diciamo che non siamo il nostro corpo, che non siamo la nostra mente. Ciò nonostante, NOI SIAMO. La nostra esistenza è qualcosa di cui noi tutti siamo assolutamente certi. Qualunque altra cosa potrebbe essere un miraggio, un’illusione, un sogno. E anche se così fosse, continueremmo a non avere alcun dubbio sul fatto che NOI SIAMO.
La nostra vera natura è elusiva. Non possiamo vederla, né toccarla, né concepirla e neppure afferrarla. Però, è l’unica cosa della cui esistenza possiamo essere sicuri. Pensarla in questo modo, dire quello che non è, inconsapevolmente ci orienta verso il nostro sfondo senza tempo. Diventiamo disponibili ad essa. Questo è tutto quello che possiamo fare, essere apertiad essa. Non possiamo far sì che siriveli. Essa si rivela a suo proprio piacere, come verità, bellezza, amore ed immortalità.
D.: Vuoi dire che essa non è rivelatain alcune situazioni, come ad esempio quelle non belle? Perché non si rivelain ogni momento?
R.: Forse si rivela in ogni momento e noi guardiamo, semplicemente, da un’altra parte. Piuttosto spesso, ilmodo migliore per nascondere un oggetto è quello di metterlo in bella vista. Il nostro vero sé, così vicino e così luminoso da non poter essere visto con gli occhi, ha il suo nascondiglio nell’immediatezza dell’adesso.
Noi vorremmo vederlo in ogni momento, come un oggetto di fronte a noi, ma questo non è possibile, perché gli oggetti vanno e vengono, nascono e muoiono. La sua bellezza sta nel suo…

Capitolo 5
LA VERA VITA NON HA UNO SCOPO
D.: La vita ha uno scopo?
R.: La vera vita non ha uno scopo. La vera vita è pura gioia, è pura libertà. Ora, se per vita tu intendi questa esistenza fra la nascita e la morte, si potrebbe dire che il suo scopo sia conoscere la verità.
D.: Alcune persone sentono che lo scopo di quest’esistenza è contribuire al bene più grande, aiutare altre persone, fare del loro meglionellasituazione in cui si trovano ed aiutare la loro famiglia. Quandotu dici che l’unica meta è quella di conoscere la verità, come spieghi a quelle persone che questa meta è più importante di quella verso la qualestanno andando ?
R.: Primo, non c’è alcuna incompatibilità fra conoscere la verità ed essere un buon marito o una buonamoglie,un buon padre o una buona madre, un buon cittadino. Al contrario, solo in assenza della credenza di essere un’entità separata, un ego, una persona,possiamo essere aperti al vero amore, alla vera bellezza e vivere una vita felice, creativa ed armoniosa.
D.: Se qualcuno vuole cercare la verità, mentre porta avanti una famiglia, guadagnandosi da vivere ed avendo a chefare con la propria infelicità privata, come può fare?
R.: Attraverso l’intelligenza. Il comprendere non richiede nessun cambiamento materiale nel nostro modo di vivere. Iniziamo con quello che abbiamo a portata di mano, interrogandoci suchi siamo, sulle nostre percezioni, sentimenti e pensieri. Questa investigazione nellanostra vera realtà non è semplicemente concettuale, ma include tutti gli aspetti della nostra vita.
D.: Una tale ricerca può essere portata avanti anche nel mezzo di una vita movimentata? …

Capitolo 6
JOHN DOE, L’ATTORE
D.: Mi piacerebbe sapere setu hai visto la tua natura originale.
R.: Perché ti piacerebbe saperlo?
D.: Mi piacerebbe saperlo perché io penso che una persona che abbia visto la sua natura originale potrebbe essere un insegnante per me.
R.: Il tuo insegnante deve essere scoperto nel tuo cuore. Devi trovarlo da solo. Quando lo trovi, allora scopri la tua vera natura.
Di fatto, non c’è nessun insegnante. C’è un insegnante soltanto fino a quando uno si considera studente. Allo stesso modo, fino a quando un bambino ha bisogno di essere allattato allora c’è una mamma che lo allatta. Ma dal punto di vista del cosiddetto insegnante, non c’èuna tale distinzione. C’è soltanto l’accogliere, l’unità, la felicità.
D.: Lo studente e l’insegnante sono uno e la stessa cosa.
R.: Assolutamente.
D.: Ho appena letto un articolo su un giornale diyoga. Asseriva con forzache iguru e gli insegnanti sono, forse, il più grande impedimento sul pianeta. L’autore suggeriva di mantenerela nostra libertà personale e di trovare semplicemente chi siamo, invece di rimanere uno studente e di seguire qualcuno, leggere librio continuare senza sosta a cercareun altro insegnante.

R.: Fino a quando ti consideri un’entità personale, puoiprendere due posizioni: una,quella in cuivuoi qualcuno che ti aiuti, oppure un’altra nella quale vuoi trovare la verità da solo e non vuoi che ti venga insegnata. Anche se qualcuno ti aiuta,hai bisogno, come minimo, di completare il lavoro. Questo è il motivo per cui un buon insegnantenon ti dà tutto già pronto, pre-digerito. Egli ti dà del materiale sul quale lavorareeda comprendere da solo…

Capitolo 7
UN VERO INSEGNANTE NON SI CONSIDERA UN INSEGNANTE
D.: Come può, un ricercatore, sapere di aver trovato un insegnante autentico e non semplicemente qualcuno che offre una nuova filosofia o una nuova versione di una vecchia filosofia?
R.: Ci sarà, all’inizio, l’intuizione che questa persona potrebbe essere quella che stava cercando perché lo aiuti lungo ilsentiero.Poi, ad un certo punto, attraverso le parole ed i gesti dell’insegnante, attraverso la modulazione della sua voce e lo sguardo nei suoi occhi, oppure, ancora più importante, attraverso la sua presenza silenziosa (poiché ogni cosa in un insegnante autentico parla della verità, viene dalla verità ed invita alla verità), avrà luogo una fusione nel cuore che darà al ricercatore la totale convinzione di aver incontrato quello che stava cercando. In questo vero incontro con il suo insegnante, egli incontra la suprema amicizia ed intelligenzache entrambi hanno in comune: egli incontra sé stesso.
Un vero insegnante non si considera un insegnante. Non pretende di essere diversodal suo studente. Non cerca di manipolarlo. Lo lascia con un sentimento di aumentata libertà, di maggiore autonomia. Non è una figura paterna e neppure cerca di convertire lo studente. Il suo comportamento è un perfetto esempio di umiltà e di devozione alla verità.
Più delle sue parole, la sua umiltà e la sua genuina innocenza convincono il ricercatore, nel profondo del suo cuore, di averincontrato l’insegnante che stava cercando…

Capitolo 8
NON ESISTE NULLA CHE NON SIA LUI
D.: Cos’è l’illuminazione?
R.: L’illuminazione è l’esperienza della nostra vera natura, resa possibile dalla profonda comprensione di ciò che non siamo.Come non c’è bisogno di accendere una candela in una stanza nellaqualesono state apertele tende, per lasciare entrare la luce del sole, allo stesso modo nient’altro è necessario una volta che l’errata identificazione con ciò chenon siamo è stata rimossa e la nostra vera natura risplende quindi nella sua gloria eterna.
D.: L’illuminazione, allora, è l’abbandonare ilpensiero che noi siamo qualcosa, quando, di fatto, non lo siamo.
R.: Sì. E’ prendere, consapevolmente, una posizione come consapevolezza disidentificata da qualsiasi pensiero o sentimento limitante. Dal punto di vista della persona, da un punto di vista relativo, è un evento ipotetico nel tempo e nello spazio, ma questo è un concetto errato che ha origine dalla persona. Dal punto di vista della luce, c’è solo luce. Là, c’è sempre stata e sempre ci sarà soltanto luce. Essa è oltre il tempo.
D.: Sembra un paradosso,poiché quello che tu stai dicendo presuppone che non ci possa essere una cosa come una persona illuminata. Questa sarebbe unacontraddizione in termini.
R.: Esattamente.
D.: Eppure, io ho l’impressione che alcuni individui siano illuminati e che altri non lo siano. Questo è forse un concetto errato? …

Capitolo 9
LO SPLENDIDO GIOCO DELL’ADESSO SENZA TEMPO
D.: Uno dei miei più grandi dilemmi è stata la relazione fra maestro e discepolo. Un mio amico sostiene: ”Non rinunciare mai al tuo diritto di fare domande”.Altri, invece, pensano che “abbandonarsi”sial’ideale.
R.: Il tuo amico ha ragione. Come puoi abbandonarti completamente se hai ancora dei dubbi? Un tale abbandonarsi non sarebbe naturale, ma, piuttosto, uno sforzo di abbandonare le tue idee e di sostituirle con dei concetti nuovi, quelli del tuo insegnante. Sarebbe un abbandonarsi ai nuovi concetti, non alla verità. La verità non è un concetto. E’ la tua realtà vivente; è assoluta libertà da qualunque concetto. Non puoi mai metterla in una gabbia, nemmeno nella gabbia d’oro delle parole del tuo insegnante. Tutto quello che puoi fare riguardo alle cose che dice il tuo insegnante è prenderle in considerazione. Se il tuo insegnante è un insegnante autentico, le sue parole gradualmente eroderanno i tuoi dubbi. Prendere seriamente in considerazione le parole del tuo insegnante è già un perfetto abbandonarsi. E’ il meglio che tu possa fare. Lascia che sia lui a fare il lavoro per te. Un vero insegnante darà sempre il benvenuto alle tue domande, almeno fino a quando avrai una conoscenza diretta della tua vera natura. Allora, egli potrà scegliere se rispondere alle tue domande, se lo riterrà opportuno. Per esempio, potrebbe aiutarti ad espandere la tua comprensione della prospettiva spirituale in un problema pratico nella tua vita, oppure potrebbe semplicemente ricordarti, qui ed ora, la verità che tu hai già sperimentato. In entrambi i casi, le tue domande troveranno risposta in te.
D.: Perché io sto avendo questa conversazione con te?
R.: Devi trovare da solo la risposta a questa tua domanda. Qual è il tuo motivo? E’ un sentimento di mancanza, di incompletezza, oppure di insoddisfazione? E’ un desiderio di capire?

Capitolo 10
LA VERA COMPRENSIONE E’ NEL CUORE
D.: La maggior parte delle persone, nella loro vita quotidiana, è coinvolta nel guadagnarsi da vivere, nel frequentare gli altri e, in mezzo a tutto questo, nel cercare di trovare un po’ di felicità. La visione non-duale ha qualcosa da dire che potrebbe essere di aiuto a queste persone?
R.: Noi tutti cerchiamo la felicità. La maggior parte delle persone si dibatte per raggiungere questa meta apparentemente inaccessibile. Da bambini, cerchiamo la felicità nel giocattolo che stiamo aspettando; da ragazzini, potremmo sperare di raggiungerla se siamo abbastanza fortunati da vincere il prossimo gioco o da avere un appuntamento con quel bel ragazzo o quella bella ragazza che abbiamo visto sulla spiaggia; da adulti, potremmo pensare che la ricetta della felicità sia una miscela complessa formata dall’avere un buon lavoro, un matrimonio felice, dal possedere una casa, avere dei figli, essere sani e così via. Quandoguardiamo in modo generale questo quadro, vediamo di essere in uno stato permanente di sforzo, sempre a desiderare qualcosa, sempre ad aver paura di qualcosa, sempre a cercare la felicità, eppure sempre infelici. Questa oscillazione senza fine fra il passato ed il futuro ci impedisce di vivere pienamente la presente realtà della nostra vita. Ciò produce in noi una profonda insoddisfazione che, se ascoltata, si trasformerà in un sentimento molto positivo. Questa insoddisfazione ci porta a domande del tipo: “Come posso sfuggire da questo ciclo infernale di paura e desiderio?Da dove viene questa felicità che ho sperimentato, di tanto in tanto? Posso stabilizzarmi permanentemente in questa felicità? Posso vivere una vita che sia piena e creativa? Come posso usare al meglio il mio tempo?”.
Queste domande indicano che siamo già in qualche modo maturi, nel senso che abbiamo visto il problema. Abbiamo in qualche modo capito che passare da un desiderio all’altro non porta da nessuna parte e che una volta ottenuto l’oggetto desiderato o una volta evitato l’evento temuto, passiamo a qualcosa di nuovo, in un processo senza fine di tentativi e sforzo. Quando realizziamo questo, siamo aperti ad una nuova prospettiva. Avendo compreso che la pace e la felicità che stiamo cercando non possono essere trovate in nessun oggetto, che ciò che davvero desideriamo non è l’oggetto in sé stesso, ma la felicità svelata, quando, una volta ottenuto l’oggetto desiderato, il desiderio cessa, allora cominciamo ad aspirare direttamente allo stato senza desiderio, alla felicità, invece di aspirare agli oggetti.

Capitolo 11
IL PROFONDO SONNO E’, LA MORTE NON E’
D.: Che cosa fa sì che questo mondo diversificato appaia come un insieme omogeneo e significativo?
R.: E’ la sua sorgente, la coscienza. Essa incolla insieme i vari elementi, poiché due oggetti non possono mai riferirsi direttamente l’uno all’altro. Ogni oggetto si riferisce solo alla sua sorgente, la coscienza. Due oggetti, siano essi pensieri o percezioni, non possono mai essere messi in relazione diretta e reciproca.
D.: Se due oggetti non possono essere messi in relazione l’uno con l’altro e può apparire solo un oggetto alla volta, ci dovremmo aspettare che il risultato sia frammentato. Ma, certo esso ci lascia con l’impressione che si tratti di un tessuto continuo e senza interruzioni, senza buchi da nessuna parte e non frammentato. Da dove sorge questa apparente continuità dell’insieme?
R.: Dalla coscienza. Questa continuità è la continuità della coscienza. Questa permanenza non appartiene al mondo. Ciò diventa evidente quando passiamo dallo stato di veglia, agli stati di sogno o di sonno profondo. Il mondo prende in prestito la sua continuità dalla coscienza, nello stesso modo in cui lo schermo è l’elemento permanente dietro il film. Continuità, realtà, essere, coscienza sono sinonimi, da questo punto vista. Si riferiscono allo stesso “Io sono”.
D.: Potresti commentare la visione buddista secondo la quale l’universo, come un film, appare in una serie di inquadrature immobili in successione? Anche Ramana Maharshi usava questa analogia. La fisica, d’altra parte, non trova nulla di questo tipo. Se c’è una qualche discontinuità, deve essere trovata nella meccanica quantistica, dove il processo dell’osservazione, della “misurazione”, su un sistema fisico, sembra generare un’improvvisa discontinuità. I Buddisti dichiarano che queste discontinuità ci sono e che lepossono sperimentare. Stai dicendo che la continuità è in qualche modo “datain prestito” dalla coscienza, a qualcosa che è discontinuo?
R.: Sì, la vera continuità é nella coscienza. La coscienza è l’unica “cosa” che noi sperimentiamo direttamente come continua, senza cessazione. Ogni altra cosa è impermanente. Il mondo sembra permanente solo perchè abbiamo spostato l’enfasi dalla coscienza agli oggetti, alle apparenze.

Capitolo 12
TU SEI INNAMORATO DELL’AMORE
D.:Un insegnante moderno della non-dualità, ha osservato che un corpo rilassato è un corpo morto .Questa è un’affermazione piuttosto paradossale per orecchie moderne. Nella nostra società, il rilassamento è una virtù; è ambito; vengono anche vendute delle tecniche per ottenerlo. Mi chiedo sepuoi chiarire cosa voleva dire con questa affermazione?
R.: Un modo per chiarire questo punto è fare la domanda opposta: cos’è un corpo pieno di vita? Cos’è la vita nel corpo? La sorgente Ultima di ogni cosa, la vita stessa, è la coscienza. Tutto ciò che appare, inclusi il mondo ed il corpo, appare nella coscienza come sensazioni o pensieri. Così, un corpo che è vivo è un corpo pieno di coscienza, totalmente aperto nella coscienza.
Ciò non dovrebbe essere preso per un’affermazione intellettuale, indipendentemente dal suo valore. Piuttosto, questo ci conduce verso un’esperienza nella quale il corpo, invece di essere sentito, come normalmente avviene, solido, opaco, pesante, morto, è percepito etereo, trasparente, senza peso, estremamente vivo. Fino a quando manteniamo la nozione di essere il nostro corpo, un oggetto con un contorno ed un peso, ne manteniamo la pesantezza, la solidità, l’oggettività. Lo rendiamo inerte e morto comeuna pietra.
D.: Quando descrivi una pietra come ben definita, con una forma ed una discreta massa e forma e dici che è morta, le persone sarebbero d’accordo. Ma, sedici la stessa cosa del corpo, quando sembra essere opaco e ben definito nella forma, loro potrebbero obiettare e dire “No. Quello che noi intendiamo per vivo non è senza forma, leggero o senza peso, ma piuttosto è sensibilità e consapevolezza”. Potrebbero dire che possono sdraiarsi ed essere completamente rilassati, ma anche, contemporaneamente, molto sensibili e consapevoli del loro ambiente circostante; dunque, diversamente dalla pietra, vivi. Io penso che là inizi la difficoltà di comprendere perché “Un corpo rilassato è un corpo morto”.
R – Prima di arrivare lì, comprendiamo anzitutto che quello che uccide il corpo è la nostra identificazione con esso e ciò che lo rende vivo è …

Capitolo 13
RISVEGLIARSI ALLO SPLENDORE IMMORTALE
D.: Non sono molto familiare con le pratiche effettive associate alla tua interpretazione dell’Advaita, ma mi pare che condividano la loro comprensione essenziale con lo Zen ed il Sufismo, i due sentieri con i quali mi sembra di risuonare di più.
R.: Assolutamente. La non-dualità è l’essenza di tutte le tradizioni spirituali autentiche, come il Ch’an, lo Zen, l’Advaita Vedanta oppure il Sufismo. Le apparenti contraddizioni fra queste varie tradizioni sono solamente delle differenze nelle formulazioni della stessa verità da parte di vari saggi, in diverse epoche, in diversi contesti. Se Huan Po, Rumi, Shankara, Parmenide e Maestro Eckhart si fossero incontrati, immediatamente avrebbero riconosciuto la base comune della loro unità al di là della mente e al di là di tutte le apparenti differenze.
D.:La mia domanda riguarda il ruolo del Guru nel “processo d’illuminazione” del ricercatore. Mi chiedevo quale tipo di relazione tu senti essere necessaria e/o appropriata.
R.: Il vero insegnante è nel tuo cuore. La presenza silenziosa nel tuo cuore riconoscerà la fragranza della verità, l’amore e la semplicità che emanano dal tuo insegnante umano, proprio come l’istinto dell’ape si sveglia quando essa percepisce il profumo di un fiore lontano. Questo riconoscimento diretto contiene già l’essenza dell’illuminazione. Questo incontro è, in molti casi, necessario ed è sempre un atto di grazia. Senza l’intervento della grazia, l’illuminazione è impossibile, poiché l’ego non può liberare sé stesso da solo più di quanto una macchia d’inchiostro possa essere lavata via in un secchiello riempito dello stesso inchiostro.
L’insegnante umano è solamente un’apparenza, un’ombra sullo sfondo della luce che è il vero insegnante. Ogni cosa che può essere detta, ogni conclusione che può essere raggiunta riguardo a quest’ombra, sarà illusoria come lo è l’ombra stessa. Non cercare di qualificare quest’ombra come illuminata o non illuminata, stabilizzata nella luce o non stabilizzata nella luce.
Semplicemente sii totalmente aperto a tutte le possibilità. Il vero insegnante, che parla nel tuo cuore, non violerà mai i tuoi sentimenti più profondi, né mai cercherà di controllare le tue decisioni. Il vero insegnante, che è dentro di te, non ha un programma personale. Questa presenza ti libererà dalla tua frustrazione, rabbia e paura e ti aiuterà a realizzare la bellezza, la comprensione e l’amore che sono già in te. Se c’è, in un qualunque momento, una contraddizione evidente fra la voce all’interno ed i consigli del tuo insegnante umano…


Codice: ISBN 978-88-951680-0-5
Dimensioni: cm. 13,7 x 21,5 x 1,6
Rilegatura: brossura – Pagine 223

Prezzo: € 18,00 + € 2,00 di contributo per spese di spedizione




 

 

 

 

 

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