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Lo scopo della lettura

“Ho letto moltissimi libri, ma ho dimenticato la maggior parte di essi. Ma allora qual è lo scopo della lettura?”
Fu questa la domanda che un allievo una volta fece al suo Maestro.
Il Maestro in quel momento non rispose. Dopo qualche giorno, però, mentre lui e il giovane allievo se ne stavano seduti vicino ad un fiume, egli disse di avere sete e chiese al ragazzo di prendergli dell’acqua usando un vecchio setaccio tutto sporco che era lì in terra.

L’allievo trasalì, poiché sapeva che era una richiesta senza alcuna logica.
Tuttavia, non poteva contraddire il proprio Maestro e, preso il setaccio, iniziò a compiere questo assurdo compito. Ogni volta che immergeva il setaccio nel fiume per tirarne su dell’acqua da portare al suo Maestro, non riusciva a fare nemmeno un passo verso di lui che già nel setaccio non ne rimaneva neanche una goccia.
Provò e riprovò decine di volte ma, per quanto cercasse di correre più veloce dalla riva fino al proprio Maestro, l’acqua continuava a passare in mezzo a tutti i fori del setaccio e si perdeva lungo il tragitto.

Stremato, si sedette accanto al Maestro e disse: “Non riesco a prendere l’acqua con quel setaccio. Perdonatemi Maestro, è impossibile e io ho fallito nel mio compito”
“No – rispose il vecchio sorridendo – tu non hai fallito. Guarda il setaccio, adesso è come nuovo. L’acqua, filtrando dai suoi buchi lo ha ripulito”
“Quando leggi dei libri – continuò il vecchio Maestro – tu sei come il setaccio ed essi sono come l’acqua del fiume”
“Non importa se non riesci a trattenere nella tua memoria tutta l’acqua che essi fanno scorrere in te, poiché i libri comunque, con le loro idee, le emozioni, i sentimenti, la conoscenza, la verità che vi troverai tra le pagine, puliranno la tua mente e il tuo spirito, e ti renderanno una persona migliore e rinnovata. Questo è lo scopo della lettura”.

CD AUDIO Shivaprem & friends – Kahajanoory The Golden Volcano

Intervista a Shivaprem

D. Life Celebration Dance… un titolo suggestivo, di che cosa si tratta ?
AMS.: Letteralmente la Danza che celebra la Vita, più che un seminario la consideriamo un esperienza di celebrazione e di completamento che ci piace offrire ai nostri partecipanti al termine di un ciclo di seminari per la crescita personale. L’esperienza “LIFE CELEBRATION DANCE” trae ispirazione dalle molte forme di danze tribali e sciamaniche che per più di quattromila anni hanno accompagnato l’Uomo nei momenti cruciali della sua vita ancestrale, scandita dai ritmi della natura, dal ciclo delle stagioni, dai solstizi e dagli equinozi.
Le danze tribali hanno da sempre accompagnato gli esseri umani nella celebrazione dei riti di passaggio alla fine o all’apertura di un nuovo ciclo di vita.
Nel nostro caso la danza non è correlata soltanto ai cicli stagionali legati alla semina o al raccolto, ma attualmente è intesa come momento di celebrazione per l’apertura o il compimento di un passaggio di vita interiore, quando vecchie convinzioni limitanti sono comprese e risolte ed un nuovo ciclo di vita psicologica ed emotiva si apre davanti a noi.
D.: Uno strano accostamento questo delle danze tribali con i temi della crescita personale, specialmente oggi con la diffusione delle tecniche di psicoterapia… non c’è un modo più moderno per sostenere la crescita personale?
SM.: Danzare è uno dei più grandi piaceri della vita, un vero regalo che ci offriamo quando lo facciamo naturalmente, senza controllare e guidare il movimento.

Shivaprem: composition, samplers & choir

Quando danziamo al di là di ogni forma e stile lasciando scorrere il naturale flusso di pensieri e sensazioni, permettiamo che affiorino spontaneamente dalla memoria ancestrale quei movimenti e quelle sensazioni che la razza primitiva antenata dell’umanità danzava attorno ai fuochi rituali. Se osserviamo un bambino danzare liberamente al ritmo dei tamburi noteremo che danzerà spontaneamente in questo modo senza averlo mai appreso da nessuno. Quei movimenti sono scritti nella memoria ancestrale di ciascuno di noi, non c’è bisogno di apprenderli nuovamente. A tal proposito ricordiamoci che nella filogenesi di formazione della vita in grembo materno, il nascituro, prima di assumere la forma umana, passa attraverso una serie di mutamenti antropomorfi, quasi passasse in rassegna le varie forme di vita che hanno preceduto la forma umana, figuriamoci se nel nostro DNA non sono registrate le esperienze tribali dei nostri antenati. Il problema è che nello stile di vita che conduciamo non ci permettiamo di ascoltare quelle sensazioni ed i segnali che il nostro corpo ci manda per recuperare quello stato di naturalezza…

 

La Life Celebration Dance offre un occasione per riconnettersi in modo facile e gioioso con la propria fisicità offrendo al nostro corpo uno spazio per muoversi ed esprimersi liberamente al ritmo di belle musiche, senza chiedergli in cambio nessuna prestazione particolare. E’ una pratica che i nostri avi hanno praticato nelle varie forme per migliaia di anni ed oggi purtroppo ce ne siamo dimenticati. Ed anche le proposte dei locali notturni e delle discoteche non sono più in grado di soddisfare questa esigenza.

D: Quindi voi proponete di ritrovare se stessi danzando un po’ come i nostri antenati quando festeggiavano la semina o il raccolto?
AMS.: Ritengo che oggigiorno la vera semina ed il vero raccolto siano quelli che accadono nel nostro animo, dove conta soltanto l’esperienza diretta con la nostra Essenza, al di là delle più seducenti teorie psicanalitiche.
Io penso che pur vivendo nel terzo millennio circondati da sofisticatissime tecnologie ed armi potentissime, di fatto nel profondo del nostro animo siamo ancora dei piccoli esseri tribali, bisognosi di una reale connessione con il pianeta che ci ospita e che ci sostiene totalmente, ma raramente ce ne ricordiamo ed ancor più raramente ci soffermiamo ad esprimere a Madre Terra un pensiero od un gesto di ringraziamento.

Fabio Serra: composition, keyboards, guitars, vocals, loops & programming

Le varie tecniche di psicoterapia, hanno il grande merito di aiutarci a comprendere le origini delle complicazioni che accadono nella nostra percezione mentale più o meno conscia, ma a parte qualche preziosa eccezione, non ci hanno ancora indirizzato a recuperare un rapporto energetico e celebrativo con la vita e con il pianeta.
Per capire ciò è sufficiente guardare un telegiornale “occidentale” ed osservare il comportamento di quel quarto di popolazione quasi vive quasi soffocata dalla propria abbondanza e sempre più sconnessa dalla vita, isolata ed impaurita, impegnata soltanto a percepire il resto del mondo come nemico da cui difendersi. Ricordiamoci che gli altri tre quarti degli abitanti del mondo che vivono ancora in una dimensione preindustriale, sono molto meno afflitti di noi da disturbi psicologici e malattie degenerative. Basta compiere qualche viaggio nei loro paesi per scorgere nei loro sguardi quella serenità e quella connessione che noi con le nostra ricchezze non potremo mai più ritrovare se non riconnettendoci con la stessa fonte di vita che illumina il loro sorriso… la vita stessa.
D.: A chi vi ispirate per la tecnica di questa danza ?
AMS.: Già molte persone prima di noi hanno avuto l’intuizione di utilizzare i ritmi tribali per sostenere il risveglio dell’energia profonda dell’essere umano e sostenerlo nei processi di crescita personale. Primo fra tutti Osho Rajneesh, il più originale e discusso Maestro di Realtà contemporaneo che nella sua vita ha creato molte tecniche di meditazione dinamica, utilizzando appunto l’intensità del movimento corporeo, spesso associato alla danza, per favorire l’esperienza del silenzio interiore e della trascendenza.

Radhapunja: vocals

Oltre a Lui, voglio ricordare con riconoscenza un altro grande ricercatore ed interprete della tribalità asservita alle esigenze del 21° secolo: Frank Natale.
F. Natale ha sperimentato personalmente molte delle tecniche sciamaniche e di espansione della coscienza di varie popolazioni e culture tribali ancor oggi vive e praticate, derivando un suo metodo originale, la “Trance Dance“ appunto, con cui ha formato alcuni facilitatori che tuttora ne diffondono la pratica.

 

Il nostro approccio si discosta dal quel suo ottimo lavoro, portando l’enfasi del movimento più sull’aspetto celebrativo che non su quello della pratica sciamanica. Nel nostro lavoro, e particolarmente nella “Life Celebration Dance”, la danza è praticata a compimento di un ciclo di lavoro in cui abbiamo già sperimentato con i partecipanti altre tecniche consapevolezza, Breathwork e meditazione.
D.: E’ difficile praticare questa Life Celebration Dance ?

SM.: No anzi, l’enfasi è proprio sulla facilità e sulla naturalezza. La pratica è semplice: non c’è bisogno di fare nulla di particolare. La musica stessa sarà la nostra ispirazione e la nostra guida. La danza si svolge ad occhi chiusi (coperti da una bandana) e ciò consente di mantenere l’attenzione all’interno non essendo distratti a osservare gli altri, o a temere di essere da loro giudicati per l’estetica dei nostri movimenti.
Di fatto non è una danza per socializzare, ma un occasione per tuffarsi con l’energia del movimento al centro della propria interiorità. Con gli occhi chiusi, coperti dalla bandana ed il corpo rilassato, ci abbandoniamo all’ascolto dei primi grooves di percussioni permettendo alla nostra istintività, libera del bisogno e dal timore di mostrarsi, di seguire il ritmo fino a sentirlo pulsare dentro di noi in modo tale da ispirare i movimenti del corpo come promossi autenticamente dal sentire interiore della musica e del ritmo.

Florio Pozza: didjeridoo, vocals, percussions

Questa modalità di ascolto e di movimento, libera dall’esigenza di seguire un qualche modello estetico, favorisce il rilascio delle tensioni corporee, ed in breve tempo si rilasciano anche le tensioni psichiche ed emotive.
D.: Quali sono gli effetti di questa danza ?
AMS.: E’ innanzitutto un’occasione per essere liberi di lasciar esprimere il corpo e ascoltarne i messaggi, ascoltare le proprie emozioni ed i propri pensieri in un momento di grande sviluppo di energia. Ci si lascia guidare dalla musica, dai suoni, lasciando a loro il compito di dar origine al movimento del corpo. Danzando raccolti in noi stessi con gli occhi bendati, creiamo un evento assolutamente unico e personale per ciascuno di noi, performando un’azione che non ha niente a che vedere con le aspettative degli altri, ma soltanto con ciò che vogliamo dedicare a noi stessi.
Sappiamo che ognuno di noi ha il proprio ritmo vitale ed il proprio movimento e con l’esperienza della “Life Celebration Dance” impariamo a riscoprirli dolcemente permettendoci di essere totalmente noi stessi senza valutazioni esterne.

 

Quando ci muoviamo con movimenti spontanei e naturali, non più preoccupati di ciò che gli altri pensano di noi, liberiamo la nostra memoria ancestrale bloccata dai condizionamenti sociali e sperimentiamo con grande sollievo un afflusso di nuova energia vitale che schiarisce la mente mettendoci in contatto con le nostre intuizioni più profonde.
La danza diviene così rilassante e allo stesso tempo energizzante; attraverso questo approccio risvegliamo il movimento naturale del corpo e della nostra vitalità.


Gianni Sabbioni: basses

Attraverso la “Life Celebration Dance” favoriamo l’esperienza di una percezione più sensibile e raffinata di noi stessi, quello che i ricercatori definiscono coscienza non ordinaria o espansa di Sé, laddove iniziamo a “vedere e sentire” con l’intuizione interiore e sottile piuttosto che con i sensi esteriori. Questa danza porta a “pensare col cuore”, come facevano i nostri antenati, invece che solo con la parte logico – razionale.
Diceva Frank Natale che “mentre il corpo danza, l’anima viaggia e ricorda, libera dai limiti di questa vita. Viene risvegliata un’energia enorme poiché il corpo si riempie totalmente di esistenza, completamente presenti, pieni d’amore, di energia e di passione per la vita. Finalmente siamo soddisfatti di essere degli Esseri Umani.”
Mi sembra una definizione davvero appropriata poiché quando danziamo in questa modalità favoriamo davvero un profondo e coinvolgente stato di coscienza espanso ricco di sensazioni, immagini, ritmi, odori, forme, luoghi che esistono nella nostra percezione più sottile, oltre il tempo e lo spazio.
Danziamo dall’interno verso l’esterno e allora, senza resistenza, possiamo sperimentare noi stessi attraverso nuovi sensi, privi del condizionamento e dei limiti della realtà ordinaria.
D.: Si tratta allora di Musicoterapia ?
SM.: No, non esattamente, poiché danziamo senza un particolare intento terapeutico, senza un qualche cosa di specifico da dover modificare, trasformare

Alessandro Gioia: drums

o guarire.

In questo stato attivo e sensibilizzato si giunge spontaneamente senza che ci venga richiesto di pensare consciamente all’esperienza; cominciamo semplicemente a lasciarci trasportare dal ritmo nel flusso eterno della vita. Ad un certo punto della danza, potremmo sentire una vibrazione di energia muoversi attraverso il corpo che ci ispirerà dei movimenti spontanei atti ad intensificare il movimento e la liberazione di tensioni ancor più profonde, fisiche, psichiche ed emotive. E’ il manifestarsi della saggezza corporea che si prende cura di sé, stimolandoci a fare quei movimenti liberatori e pacificanti di cui sentiamo tanto il bisogno, ma che raramente ci permettiamo di manifestare.
Il suggerimento è di assecondare questa energia con la fiducia che stiamo favorendo il movimento e la manifestazione della nostra vera essenza. Il contatto con la nostra interiorità diverrà allora non soltanto teorico, ma realmente percepibile e sentito dal danzatore che in qualche modo diviene un tutt’uno con il movimento della danza; diviene danza egli stesso, come Osho suggeriva in uno dei suoi mirabili discorsi.
A questo punto tutto il movimento diviene una danza, e la Danza diviene pura celebrazione. La celebrazione della vita che ci anima. Ecco allora accadere la comprensione esperienziale del vero significato espresso nel titolo “Life Celebration Dance”: quando entriamo in contatto con colui o colei che sta celebrando la vita attraverso la danza scopriamo che è la Vita che celebra Sé stessa, libera dalle restrizioni dell’identità del danzatore.
Allora cessiamo di essere dei danzatori e diventiamo la danza stessa, riempiti dal senso della nostra esistenza infinita.

E’ un esperienza bellissima, ineffabile e difficilmente descrivibile a parole.
D.: Ma con tutta la bella musica classica ed anche moderna che abbiamo a disposizione c’era proprio bisogno di utilizzare quei ritmi tribali per contattare se stessi?

Luca Nardon: percussions

AMS.: Le musiche tribali hanno il grande merito di essere basate su ritmi naturali per l’essere umano, rispettosi dei suoi bioritmi corporei.
Ricordiamoci che la prima musica dell’umanità è stato il battito di mani o forse una pietra battuta su di un tronco cavo e risonante, prima ancora dei tamburi di pelle di animale. Probabilmente il nostro antenato inventore del ritmo, voleva con quel battito amplificare il mistero del cuore che come tamburo scandisce dall’interno del nostro petto il ritmo della vita che ci anima. I ritmi della musica tribale sono rispettosi dei nostri ritmi corporei; pulsando al massimo a 90-100 / BPM (battiti al minuto) non ci costringono ad “impasticcarci” per sostenere i traumatici 170 BPM di certe musiche da discoteca. Vorrei

 

 

dire che la “Life Celebration Dance” fa bene al cuore tanto da poter essere addirittura utilizzata

come coadiuvante alle terapie di recupero per le persone infartuate… ma questa è un altro argomento; preferiamo proporre la “Life Celebration Dance” come celebrazione della vita e della gioiosità che ne scaturisce praticandola.

 

Audio CD
durata: 57.06 minuti
incluso libretto di 8 pagine con il mito di kahajanoory e ricche illustrazioni

Prezzo: €15,00 + € 2,00 di contributo per spese di spedizione




 

 

Il Mito di Kahajanoory – The Golden Volcano

Un’antica leggenda narra la storia di Kahajanoory, un’isola vulcanica in un atollo sperduto dei mari del Sud. Da tempo immemorabile l’isola di Kahajanoory, con il suo maestoso vulcano, era un luogo di pace, letizia e prosperità, dove la popolazione indigena viveva in armonia, dedita alla pesca, alla coltivazione della terra ed alla raccolta della Kwykha, un delizioso frutto tropicale leggermente inebriante a noi sconosciuto. Grazie alla sua posizione geografica, lontana dalle rotte commerciali, quella specie di giardino dell’eden rimase per millenni incontaminato e privo di contatti con le civiltà del resto del mondo. L’intensa vita religiosa era cadenzata da riti antichissimi e dalle feste di celebrazione in onore delle molte divinità che impersonificavano le varie forze della natura preposte alla conservazione della vita in tutto l’arcipelago. Il rito principale era rappresentato da un grande evento di teatro-danza in cui tutta la popolazione veniva coinvolta recitando ed interpretando i vari ruoli dei personaggi mitologici. Le celebrazioni erano scandite da musiche e canti tribali, accompagnati da una orchestra di flauti e percussioni formati da conchiglie di ogni genere e dimensione. Secondo la mitologia dell’isola, Awahka era il dio creatore di tutto l’universo.

Nella notte dei tempi, Awahka, dopo la fatica di aver creato le grandi acque e le terre emerse, scelse l’isola di Kahajanoory per riposarsi e si coricò nel grembo del vulcano, avvolto da una ribollente coltre di oro allo stato fluido e protetto da Hannèh, la dea del fuoco. Durante il suo sonno secolare Awahka sognò che quell’isola incantata incominciava a popolarsi di abitanti che vivevano in perfetta armonia gioendo delle meraviglie della sua creazione.Tutta la popolazione conosceva a memoria il Mito di Awahka e attraverso i riti e le celebrazioni mattutine tentava di assicurare alla divinità un lungo e incessante riposo, avvolto nel bagno di oro fuso, in modo che si perpetuasse il suo sogno creatore, quale garanzia di continuità di quella vita armoniosa in tutto l’arcipelago. Il Mito di Awahka che tutti i bambini imparavano a memoria fin dalla prima infanzia, racconta inoltre del canto della Gohenna (l’iguana sacra), quale segnale premonitore di un possibile nuovo risveglio di Awakha il dio dormiente nelle profondità del vulcano. Secondo le parole tramandate dai sacerdoti, già un tremendo risveglio di Awahka fu provocato dalla cupidigia degli invasori dalla pelle di perla che, attratti dalla luce sfolgorante che il vulcano emanava durante la notte, erano venuti con l’intento di appropriarsi della preziosa placenta di oro fluido che proteggeva il dio, addormentato nel grembo di Kahajanoory. In quell’occasione la luna oscurò il sole e tutti gli abitanti dell’isola udirono il canto premonitore della sacra Gohenna che annunciava l’imminente risveglio del dio Awahka.

Un forte tremito pervase la terra e una grande eruzione di oro fluido sommerse tutta l’isola fondendo nella lava dorata e fumante tutti gli invasori dalla pelle di perla. Quel risveglio inatteso costrinse tutti gli abitanti a lasciare le loro case e fuggire con le canoe verso le isolette deserte dell’arcipelago, dove trascorsero lunghi anni di miseria, tristezza e stenti. Nonostante ciò, la leggenda del Vulcano che eruttò oro fluido, passò le grandi acque ed arrivò all’orecchio di nuovi cercatori che di tanto in tanto si avventuravano senza successo alla ricerca di Kahajanoory la mitica isola dal vulcano d’oro. Dopo moltissimi anni la natura tornò a rifiorire in tutto l’arcipelago e gli eredi di quella popolazione in esilio tornarono sull’isola dei loro avi con l’intento di ricostruire quella vita felice di cui avevano soltanto sentito parlare nei racconti della loro ancestrale tradizione familiare. La vita ricominciò e le celebrazioni del teatro-danza ripresero a propiziare la benevolenza delle deità padrone di tutte le leggi della natura, ma nell’animo dei nuovi abitanti rimase profondamente impressa la paura non rivelata che all’improvviso, nuovi cercatori dalla pelle di perla si affacciassero all’orizzonte con l’intento di sottrarre la linfa dorata di Kahajanoory provocando così un altro terribile risveglio di Awahka. I riti e le cerimonie propiziatorie ora non erano più ispirati dalla gioia e dalla gratitudine per il dono della vita in quel giardino idilliaco, ma erano governati dalla paura di un nuovo risveglio del vulcano. In molti vivevano temendo il futuro ed anziché gioire del canto degli uccelli ascoltavano l’aria, preoccupati di sentire il temuto canto premonitore della sacra iguana. I sacerdoti, preoccupati del crescente clima di apprensione, tentavano in tutti i modi di far dimenticare alla popolazione la leggenda del canto premonitore della Gohenna. Nonostante ogni loro tentativo di tran-quillizzare la popolazione, la paura dell’arrivo di nuovi invasori dalla pelle di perla e del prossimo risveglio del vulcano Kahajanoory era impregnata nell’aria, in ogni granello di sabbia, in ogni filo d’erba, ed anche in ogni foglia dell’intera jungla.

Track 1. The Jungle Knows (the Truth)

La paura della ipotetica minaccia fece perdere alla popolazione il senso di fiducia e di prosperità condivisa ed i capi villaggio meno ispirati incominciarono ad accaparrare riserve di cibo di acqua dolce e di conchiglie. La paura di una nuova visita degli uomini dalla pelle di perla cominciò a crescere sempre più, tanto che i sacerdoti iniziarono pratiche religiose sempre più ossessive ed opprimenti. Ben presto tutta la popolazione fu costretta ad offrire quasi tutte le riserve di cibo sull’altare di Hannèh, la dea del fuoco, per propiziarsene la benevolenza nella speranza che potesse promulgare il proprio calore ed impedire così il risveglio di Kahajanoory.

Track 2 . Ohy Hannèh (Goddess of Fire)

La paura di un’invasione da parte di un nemico invisibile era sempre più tangibile e sempre più spesso venivano rivolte preghiere e scongiuri direttamente al dio Awahka.

Track 3. Invocation to Awahka

Ad un certo momento Jangoho, lo sciamano che si occupava di ammansire gli spiriti affamati, udì in sogno il canto della sacra Gohenna e di conseguenza decise di abbandonare la sua capanna presso il villaggio per andare a vivere nella grotta dei suoi avi vicino alla sacra radura Kawhary, il luogo degli antichi rituali nel mezzo della giungla. Nel suo ritiro portò con sé anche la sua unica piccola figlia Annywha, rimastagli come dono d’amore della sua compagna Kalymihi, morta di parto pochi anni prima. Annywha era cresciuta sorretta dall’amore e dalle cure del padre che vedeva in lei l’unica possibilità di continuazione della sua antica tradizione iniziatica. In quella radura ancora incontaminata dalle vibrazioni delle paure diffuse nella popolazione, lo sciamano Jangoho poteva finalmente esercitare il compito che gli era stato intimamente tramandato da suo padre ed intonare i canti del rituale segreto, per l’invocazione della protezione della dea Gohenna.
Lo sciamano iniziò a praticare i riti segreti, tramandatigli dai suoi avi, per la durata di tre lune, assistito solamente dalla giovane figlia Annywha che mostrava segni di grande interesse e coinvolgimento per quelle pratiche antichissime, a lei apparentemente sconosciute. Ad un certo punto, durante la recitazione del cantico finale, la bambina si unì in coro ai canti segreti del padre, mostrando di conoscere a memoria ogni singola intonazione.
Al culmine della ottantaquattresima notte lo sciamano ebbe la visione del suo compito e la rivelazione di gran parte delle istruzioni necessarie per sconfiggere la paura per il nemico invisibile. In quella stessa notte anche Annywha ebbe la visione dei tempi futuri già concepiti nella mente del dio Awahka che non rivelò nemmeno a suo padre. Di quella visione rivelò soltanto un frammento racchiuso in una nenia che ripeteva incessantemente: “Libera il tuo cuore, abbraccia le tue paure”. Lo sciamano con grande sorpresa riconobbe in quella frase la chiave di comprensione, mancante alla sua visione, per poter liberare la popolazione dalla paura inconscia del possibile ritorno di un nemico sconosciuto.

Track 4. Gohenna Dance Ritual

Dopo aver concluso appropriatamente il rituale segreto, lo sciamano tornò al villaggio e convocò i sacerdoti, gli anziani ed anche i guerrieri. Per la prima volta intonò pubblicamente il cantico del rituale segreto e grazie alla rivelazione della figlia Annywha poté istruire tutta la popolazione al segreto che sconfigge ogni nemico prima ancora che questi compaia all’ orizzonte. Tutti i guerrieri iniziarono a praticare il rito antico nuovamente rivelato dalla piccola Annywha e dopo pochi giorni di pratica tutta la popolazione conosceva il segreto di come liberare il proprio cuore e sconfiggere la paura, semplicemente accogliendola ed amandola per ciò che appare.

Track 5. Free your Heart, embrace your Fears

Durante la danza rituale per lo scioglimento delle paure, l’intera popolazione ebbe la visione collettiva dell’arrivo di un solo ipotetico nemico: un cercatore solitario dalla pelle di perla. Anche le conchiglie profetiche dell’Oracolo Kya Whani indicavano ormai prossimo l’arrivo dei tempi della Grande Trasformazione attraverso l’accoppiamento apparentemente casuale delle combinazioni delle figure simboliche di minaccia con i simboli dell’ opportunità. Il Sacerdote più anziano invitò tutti i guerrieri ed anche le loro famiglie a seguire le indicazioni dell’Oracolo e dello Sciamano, a mostrare il proprio coraggio abbracciando la paura della minaccia e ad accogliere amichevolmente il cercatore solitario come una sconosciuta opportunità. All’indomani di questo rituale, tutta la popolazione mostrava segni di tranquillità e fiducia ispirata dall’idea di rimettere al dio Awahka la responsabilità di manifestare la sua volontà anche con un risveglio improvviso del vulcano Kahajanoory per propiziare i tempi della Grande Trasformazione. Tutti i bambini dell’isola ora scrutavano incessantemente l’orizzonte in attesa dell’arrivo del cercatore solitario dalla pelle di perla come annunciato nella visione collettiva. La profezia non tardò a manifestarsi e all’imbrunire del terzo giorno comparve all’orizzonte la vela di una piccola imbarcazione dalla forma e dalla provenienza sconosciuta. L’intera popolazione accolse festosa il cercatore solitario, fiduciosa che con il suo arrivo iniziassero tempi nuovi, liberi dalle vecchie mal celate paure di una nuova invasione. Il navigatore solitario rimase stupito da tanta festosa accoglienza, e ben presto trovò l’intesa con i capi del villaggio e con tutta la popolazione. Come prova della loro disponibilità, i sacerdoti invitarono l’esploratore a presenziare al rito della Gohenna ed egli, dal canto suo, diede segni di grande interesse e rispetto delle loro pratiche devozionali. Alla fine del rito l’esploratore mostrò un antico rotolo di foglie di palma gelosamente custodite in un cofanetto intarsiato nella scurissima pietra lavica, la stessa pietra che il vulcano Kahajanoory emanava dopo ogni eruzione. Nessuno conosceva l’esistenza di quegli antichi documenti, eppure a tutti i sacerdoti risultavano familiari e preziosi. Certamente quelle antiche foglie di palma perfettamente conservate appartenevano alle tradizioni dell’Isola poiché erano scritte nel linguaggio simbolico antico che solo i sacerdoti e l’oracolo potevano conoscere ed interpretare.

Track 6. The Light Hunter.

I sacerdoti e l’esploratore cercarono però invano di decifrare insieme gli scritti delle foglie di palma ed anche i simboli tracciati sul cofanetto di pietra lavica. In quella grafia, ancor familiare a molti, erano tracciati messaggi scritti nella antica lingua dei padri che si era estinta assieme a loro, dopo l’esodo causato dalla precedente eruzione di Kahajanoory.
Certamente in quelle foglie vi era descritto qualche cosa di molto importante, connesso con l’eruzione di Kahajanoory, ma nessuno poteva stabilire con certezza di quale eruzione poteva trattarsi, se di quella già avvenuta o di quella soltanto immaginata in un incerto momento futuro. In quell’occasione il navigatore solitario mostrò altri disegni e documenti scritti nel proprio linguaggio che descrivevano l’eruzione del vulcano e la comparsa di una grande Luce dorata di portata transoceanica. Con il linguaggio dei gesti e delle intenzioni l’esploratore lasciò intuire che proprio quegli scritti lo avevano attratto verso l’isola vulcanica e che la ricerca della grande Luce dorata era di fatto il motivo del suo viaggio. L’esploratore sosteneva anche che altre profezie di culture molto distanti dall’isola di Kahajanoory annunciavano per quel tempo la comparsa di una grande potentissima luce dorata come simbolo dell’inizio dei tempi della Grande Trasformazione. Seppur con linguaggi e provenienze molto diverse, l’esploratore dalla pelle di perla e lo sciamano Jangoho sembravano convinti dello stesso possibile avvenimento. Nella notte, quando tutti erano assorti nel sonno, l’intera popolazione venne risvegliata dal canto della Gohenna che echeggiava su tutta l’isola con una maestosità ed una potenza mai udite prima. Allora fu chiaro per tutti che qualche cosa di epocale stava per accadere.
Dopo pochi istanti una grande vibrazione accompagnata da un sordo boato scosse tutta l’isola risvegliando anche tutti gli animali, che iniziarono ad inondare l’aria con il concerto assordante dei loro versi più disparati.

Track 7. The Awakening of Kahajanoory.

Un grande bagliore iniziò a comparire sul camino del vulcano Kahajanoory accompagnato da una sorprendente ed ammaliante sonorità, mai udita prima da tutti i presenti. La luce iniziava a propagarsi in modo stupefacente ed i suoni misteriosi divenivano sempre più chiari ed amplificati mano a mano che la luce rischiarava le tenebre ben oltre la portata della luce del giorno. Tutta la popolazione, i sacerdoti e l’esploratore rimasero attoniti ed estasiati dalla meraviglia a cui stavano assistendo per la prima volta nella loro vita. Seppur coinvolti in un fenomeno eccezionale, nessuno si sentiva spaventato o minacciato e tutti erano accomunati da uno spirito di stupore e di meraviglia.
Tutti erano consapevoli di assistere ad un fenomeno sovrannaturale, ma quello che più li sorprendeva era la mutazione del loro sentire interiore. All’improvviso nei loro cuori non c’era più posto per la paura e per la separazione, ma tutti percepivano di appartenere ad un unico grande Essere, composto non solo dall’intera comunità dei loro simili; essi si sentivano in comunione anche con gli animali, le piante e persino con le rocce e le acque che circondavano l’isola. Quella misteriosa esperienza di unificazione si espandeva nei cuori di ciascuno e, mano a mano che la Luce del vulcano si propagava, la coscienza di tutti gli abitanti si espandeva accomunandosi in un’unica grande percezione. Incessantemente la Grande Luce emanata dal vulcano si ampliava assorbendo in sé la coscienza di tutti gli abitanti che ora si percepivano fisicamente sull’isola, ma consapevolmente estesi ben oltre l’orizzonte, a condividere la stupefacente esperienza di essere così sottilmente espansi da poter contenere nel proprio cuore persino le grandi acque dell’oceano circostante e tutti gli esseri marini in esso contenuti. Gli indigeni ed anche l’esploratore fecero l’esperienza di poter percepire contemporaneamente tutte le sensazioni, i pensieri ed i sentimenti di ciascun altro essere. Tutti ebbero allora la comprensione dell’onnipresenza dello spirito di Awahka e si sentirono accomunati in quell’unica immensa esperienza di unificazione dei cuori e delle coscienze con il grande cuore di Awahka. La luce di Kahajanoory crebbe ancora e promulgò l’esperienza dei singoli cuori unificati ben oltre i limiti dell’orizzonte conosciuto, verso una continua incessante espansione che si diffondeva in uno spazio immenso che ora poteva contenere tutti i pianeti, le stelle e le intere costellazioni.
Tutti gli abitanti realizzarono contemporaneamente che la presenza del grande spirito di Awahka non era circoscritta soltanto all’isola di Kahajanoory, ma era illimitata ed espansa in tutto l’universo concepibile. Quegli esseri allora compresero di appartenere da sempre ed indissolubilmente al grande Essere di Awahka. Ognuno comprese profondamente di essere l’incarnazione di un desiderio di Awahka e che la propria presenza sull’isola era soltanto la partecipazione al grande gioco concepito nella mente di Awahka al solo scopo di gioire di tutte le esperienze possibili attraverso tutte le sue innumerevoli forme: il gioco cosmico della creazione di quell’universo chiamato Kahajanoory.
Track 8. Eruption of the Light

 

 

 

NONSEPARAZIONE – Carlo Buono

 

Collana “Perle dell’ADVAITA”

NONSEPARAZIONE

Ogni pagina di questo libro è intrisa di un ‘sapore’ speciale: il sapore della non dualità, secondo cui nella realtà ci sono infinite differenze, ma nessuna vera separazione.

Carlo Buono si diletta ad ammirare il maestoso e scanzonato ‘Gioco Cosmico’ dell’Uno che appare come i molti, traducendolo in una fantasmagorica danza di parole e concetti, a volte paradossale, altre bizzarra, spesso spiazzante. G.K. Chesterton diceva che un paradosso è la verità che sta ritta in piedi sulla propria testa per attirare l’attenzione. L’esito è spesso uno spiazzante e contagioso umorismo, che esplode nello sberleffo di un’incontenibile risata di fronte al vertiginoso Mistero che sempre ci coinvolge in questo stupefacente e folle spettacolo che chiamiamo ‘vita’.

Carlo Buono vive sulla riva del Po di Primaro, si prende cura del boschetto da lui piantato nella vecchia golena, insegna saltuariamente meditazione e pratica costantemente il nuoto (in piscina). Prefazione di Mauro Bergonzi.

Ogni pagina di questo libro è intrisa di un ‘sapore’ speciale: il sapore della non dualità. La parola ‘non dualità’ indica il semplice fatto che nella realtà ci sono infinite differenze, ma nessuna vera separazione. Anche la scienza ci dice che l’universo è un tutto integrato da cui non si può separare o isolare nulla, se non convenzionalmente e astrattamente attraverso il linguaggio. Per la scienza infatti l’universo è un unico, indivisibile processo, simile a un grande fiume. Noi, come tutto il resto, assomigliamo a un gorgo d’acqua: prova a prenderlo con un secchio, e avrai solo un secchio d’acqua stagnante. Il gorgo, infatti, sembra un’entità separata e individuale, ma in realtà non si può isolare dal fiume, per il semplice fatto che è solo un movimento dell’intera corrente: è il modo in cui essa appare in quel determinato punto. C’è solo la corrente del fiume e ciò che chiamiamo ‘gorgo’ è semplicemente una sua azione. Proprio come il gorgo, ognuno di noi crede di essere un’entità isolata dal tutto, ma in realtà siamo l’azione dell’intero universo, inseparabili da esso: un unico grande processo che non nasce e non muore. Se ti siedi per un po’ in silenzio e non fai assolutamente niente di deliberato, fermando per qualche istante l’illusione di un ‘io’ isolato che ‘pensa’, ‘decide’ e ‘fa’, ti accorgerai che tutto continua ad accadere lo stesso, come un immenso fiume di pensieri, percezioni, decisioni e azioni. Tutto questo è l’Essere che appare come Vita, e la Vita si manifesta come un movimento incessante che non è solo energia, ma anche intelligenza. Il movimento della vita infatti è vibrazione, danza armonica degli opposti (sistole e diastole, espansione e contrazione, unione e separazione, aggregazione e disgregazione, ordine e caos, piacere e dolore, nascita e morte) che possiede una sua organicità intelligente.

Dal punto di vista dell’Essere, nulla mai accade, perché il tempo non esiste: tutto è qui adesso, in un’unica singolarità. Ma dal punto di vista della Vita, tutto è movimento organico di energia-intelligenza. Ma questo significa allora che c’è un dualismo fra l’Essere immobile e il movimento della Vita? No. È a causa dei limiti dualistici del pensiero (che deve per forza esprimersi attraverso gli opposti, come per es. quiete/movimento, essere/divenire, spirito/materia, ecc.) che appare appunto la dualità, ma ‘Ciò che è’ viene prima del pensiero e lo include nella sua totalità. Il pensiero, attraverso il linguaggio, definisce un aspetto della realtà escludendo tutto il resto, perché omnis determinatio est negatio: se dico ‘mela’ escludo che sia anche ombrello, acqua o sasso. Per le leggi della logica, se qualcosa è un cane non può essere anche un gatto. Se tuttavia l’universo è una totalità priva di reali separazioni, allora è allo stesso tempo sia cane sia gatto, proprio come la corrente unica del fiume è allo stesso tempo tutti i gorghi in apparenza separati. Analogamente, un orecchio non può essere un naso, ma ‘io’ (come organismo unitario) sono sia orecchio, sia naso. L’Essere appare come una molteplicità di persone, situazioni, paesaggi, azioni, caratteri, vite, in costante trasformazione: un fantasmagorico spettacolo sempre diverso, che va e viene sullo sfondo unitario e costante della Presenza. L’io individuale di ciascuno di noi innegabilmente appare, ma non è separato dall’Essere, proprio come ogni onda è diversa da un’altra, ma sono tutte una stessa acqua che ondeggia.

In realtà siamo tutti la Presenza che si manifesta come te e me. In un sogno sorgono dal nulla tante persone e situazioni diverse, apparentemente separate tra loro, ma sono tutte letteralmente ‘fatte’ della coscienza del sognatore e inseparabili 5 da essa. Così è anche questo meraviglioso spettacolo della veglia: un unico spazio senziente che appare come te e me. Ecco perché, quando una qualunque religione si rivolge a noi come se fossimo ‘anime’ separate, dicendo: “Percorri il mio sentiero e otterrai l’Eterno”, somiglia tanto a un’ingenua onda che si sforza di raggiungere il mare. Ma anche questo è perfettamente appropriato nel gioco della Presenza, che dimentica se stessa per il solo gusto di ritrovarsi sempre, alla fine. Ciò che è è indescrivibile attraverso il pensiero, non è nemmeno ‘Essere’, ‘Vita’, ‘Energia’ o ‘Intelligenza’. Le parole ammutoliscono davanti al Mistero della Presenza. La nostra mente traccia con i pensieri e le parole infinite linee di confine, con cui divide il lungo dal corto, l’alto dal basso, il bene dal male, la vincita dalla perdita, la salita dalla discesa, la vita dalla morte. Terrorizzata dal sentirsi in caduta libera in un abisso sconfinato e ignoto, senza fondo né punti di riferimento, essa traccia un’immaginaria linea di confine che divide lo spazio in due: nasce così l’apparente contrapposizione fra un soggetto (‘io’) e un oggetto (il ‘mondo’), fra un ‘dentro’ e un ‘fuori’, fra la prosaica e noiosa vita ordinaria e la misteriosa dimensione del sacro. Poi la mente dimentica di essere stata lei a farlo e si convince che veramente esistano due realtà separate. A questo punto, identificandosi soltanto con una delle due (l’‘io’ isolato dal mondo ‘là fuori’, vita profana isolata da quella sacra, e così via) vive il disagio della separazione e nasce il problema di come uscire dalla propria ‘metà’ per raggiungere l’altra, o di come riunificare le due dimensioni. Tuttavia ogni sforzo per superare il confine non fa che rafforzarlo, perché, se cerco di superarlo, vuol dire che sono convinto che esista veramente, che sia reale al di fuori del mio pensiero. Perciò l’esito finale non può che essere un fallimento: come fai infatti a superare un confine che non esiste? Così la mente prima crea l’illusione che ci siano due 6 dimensioni diverse, poi si pone il problema di riunificarle, e infine, attraverso i suoi sforzi, non fa che confermare la falsa divisione da lei stessa prodotta.

La vera e unica non dualità, pura e senza compromessi, è estremamente rara da incontrare e impossibile da capire o accettare con la mente: essa non si rivolge all’individuo separato (di cui segna la scomparsa, anche se si tratta della fine di qualcosa che non è mai veramente esistito), ma a quel vedere (da parte di nessuno) che ci illumina tutti dell’unica coscienza che c’è. Nessuno di noi può mai ‘capire’ la non dualità. Per fortuna, non ne abbiamo alcun bisogno, perché la siamo: è l’unica cosa che c’è, magnificamente ignota ed evidente al tempo stesso. In realtà, siamo sempre in caduta libera nell’Ignoto e la vita ordinaria, con tutte le sue apparenti divisioni e costrizioni, non è separata dal nostro volo: sé e mondo coincidono alla luce della Presenza che siamo. Il fatto è che, di fronte al Mistero della Vita, cerchiamo la risposta nel pensiero, passando da un’idea all’altra, ognuna delle quali sembra darci il sollievo solo momentaneo di una ‘spiegazione’ sempre insufficiente. Ma la risposta al Mistero della Vita non sta nel pensiero: è la Vita stessa, che palpita, pulsa ed esplode nella meraviglia di ogni istante. La realtà, ciò che tu veramente sei, non è qualcosa che la mente possa comprendere col pensiero. Ma appena ti fermi un attimo (e questo può accadere in qualsiasi momento), ecco di nuovo chiara ed evidente la Presenza silenziosa che è sempre qui, sempre adesso, a mostrarti il fatto inaudito e meraviglioso che ci sei e sei cosciente. Non importa se ciò di cui sei cosciente è un’esperienza piacevole o spiacevole: comunque sia passerà, ma il puro fatto di esserci ed essere cosciente resta del tutto inalterato da ciò che hai esperito, in un eterno presente.

Poiché noi siamo coscienti, il fatto che l’universo ci includa dimostra inconfutabilmente che esso è un sistema auto-osservante, ossia una totalità cosciente capace di osservare se stessa attraverso di noi. D’altra parte, nella nostra esperienza, il mondo e la coscienza appaiono sempre insieme: senza coscienza, che fine fa l’universo? Quando due cose compaiono sempre e soltanto insieme, occorre concludere che sono solo due aspetti diversi della stessa cosa: la testa e la coda di un gatto non sono due ‘entità’ separate, ma una sola: il gatto, appunto. Dunque, se l’universo appare sempre e soltanto quando c’è la coscienza, allora sono due aspetti diversi della stessa realtà. Mondo e esperienza del mondo sono due descrizioni della stessa cosa. Dov’è la realtà al di fuori dell’esperienza che ne abbiamo? Quando usiamo la parola ‘suono’, intendiamo qualcosa nel mondo ‘là fuori’. Quando usiamo la parola ‘udire’, intendiamo qualcosa nella coscienza ‘qui dentro’. Ma sono solo le parole a creare la differenza. Quando ‘odi’ un ‘suono’, puoi stabilire precisamente fin dove arriva il ‘suono’ e dove comincia l’’udire’? Oppure ‘suono’ e ‘udito’ non sono che due nomi diversi per indicare la stessa esperienza? ‘Salita’ e ‘discesa’ sono due cose separate, o solo due nomi diversi per indicare lo spesso pendio, a seconda del verso in cui lo percorri? Non è possibile separare l’osservatore dall’osservato, come non puoi separare il mare dalle onde: il mare è le onde, ma anche tanto di più, nei suoi abissi insondabili. Così la coscienza non si può separare dai suoi contenuti: è anche quelli, ma non solo quelli. I pensieri e le sensazioni sono le onde, la coscienza è l’acqua. Acqua e onde sono una sola cosa, ma le onde nascono e muoiono, l’acqua c’è sempre. Il nostro problema è che, identificandoci soltanto con questo corpo e questa mente, vediamo solo le onde e non vediamo mai l’acqua. Allora ci chiediamo: che senso hanno le effimere onde, che nascono e muoiono? Le onde sono la danza dell’acqua, il suo gioco. Le onde sono una semplice attività dell’acqua, proprio come questo corpo e questa mente sono un’attività dell’unica Vita che ci abita tutti. L’universo intero è la danza di questa intelligenza-energia che inesauribilmente vive attraverso le mille nascite e le mille morti degli apparenti individui separati che crediamo di essere. Ma in realtà siamo tutti un unico Sé, onde di un’unica acqua. Qual è il senso di tutto ciò? Se l’Essere è Uno, perché ci sono tutte queste apparenti separazioni? La risposta breve è: perché no? La risposta lunga è che non c’è un perché, non c’è un senso. La vita non ha bisogno di uno scopo per esserci: per questo è così magnifica. Ciò che suscita la nostra meraviglia ci tocca nel profondo proprio perché va ben oltre la nostra capacità di conferirgli un senso. Gli inglesi usano uno stesso verbo, to play, per indicare l’atto di giocare, di recitare e di suonare uno strumento musicale. Che cos’hanno in comune queste tre azioni? Che in genere si compiono per il solo gusto di farle, perché non servono a nient’altro e sono fine a se stesse. Non a caso in diverse religioni l’azione divina nell’universo è stata spesso paragonata ad un ‘gioco’, a una ‘recita’ o ad una ‘musica’: Dio gioca, danza e ‘suona’ il mondo.

Seguendo queste metafore, potremmo narrare una storia: Un giorno Dio voleva giocare a nascondino, ma, essendo Solo, non aveva alcun altro con cui giocare se non Se stesso. Decise allora che alcune parti di Sé avrebbero dimenticato di essere Dio e si sarebbero credute persone separate e limitate, vale a dire ‘noi’. Così Egli si nascose a noi, in noi. Noi continuiamo sempre ad essere Dio (che è Onnipresente), ma ora l’abbiamo dimenticato e ci sentiamo piccoli, limitati, carenti e incompleti, per cui cerchiamo con ogni mezzo di raggiungere Dio o la Totalità. Come ingenue onde che si sforzano di raggiungere il mare, crediamo di essere caduchi e cerchiamo l’eternità che invece già abita in noi,. Quando, durante la nostra effimera esistenza, riemerge il ricordo di essere Dio, facciamo finalmente ‘tana’ e finisce così il gioco del nascondino: l’onda che va e viene comprende di essere sempre stata l’acqua che non nasce e non muore e noi ci riconosciamo in Dio. Ecco, se proprio vogliamo trovare un ‘senso’ alla nostra apparentemente effimera esistenza, è proprio questo: la meraviglia di scoprire che siamo l’eterna Presenza che non smette mai di danzare. Ma anche se non lo scopriamo, siamo sempre e comunque la Presenza.

Carlo Buono, col suo sguardo innocente da bambino un po’ burlone, si diletta ad ammirare il maestoso e scanzonato ‘Gioco Cosmico’ dell’Uno che appare come i molti, traducendolo in una fantasmagorica danza di parole e concetti, a volte paradossale, altre bizzarra, spesso spiazzante. Quando leggi un suo aforisma, lì per lì puoi restare perplesso, un po’ sperduto nel buio del nonsenso e ti ci vuole 10 qualche istante perché lampeggi infine la sua logica nascosta e segretamente vera. G.K. Chesterton diceva che un paradosso è la verità che sta ritta in piedi sulla propria testa per attirare l’attenzione. L’esito è spesso uno spiazzante e contagioso umorismo, che esplode nello sberleffo di un’incontenibile risata di fronte al vertiginoso Mistero che sempre ci coinvolge in questo stupefacente e folle spettacolo che chiamiamo ‘vita’. Le agili capriole verbali e concettuali di Carlo sono come i ritornelli di una stessa canzone, da cui si sprigiona un inconfondibile profumo di non dualità: le sue esilaranti e vertiginose piroette ci danno quasi il capogiro, ubriacandoci di ‘nonseparazione’.

Se è vero che la Presenza si esprime in tutto il multiforme spettacolo dell’universo, allora gli aforismi di Carlo sono la Presenza che gioca e scherza con ogni aspetto della vita, come quando si beve spensieratamente un bicchiere di vino tra vecchi amici, senza bisogno di dire o fare niente di speciale per sentirsi felici.

Estratto dal libro – poesie di Carlo Buono

______________________
Mattino
risveglio
spazio aperto
riposare in lui
Mentre il mondo
gradualmente appare
accorgersi che lo spazio
è la materna sorgente
del mondo
______________________

Pensiero:
apparizione fluttuante
dalla sconosciuta origine.
Viene comodo arretrare,
evitare il mistero
e dire:
“Il pensiero è mio”.
_________________________
La Sorgente
è dentro il mondo
ma non è imprigionata.
La Sorgente
è fuori dal mondo
ma non è separata.
__________________________

 

 


Codice: ISBN 88-95168-03-8
Dimensioni: cm. 13,7 x 21,5 x 1,0
Rilegatura: brossura – Pagine 87

Prezzo: €10,00 + € 2,00 di contributo per spese di spedizione

 


 

 

Eternità ora – Francis Lucille

Collana “Perle dell’ADVAITA”

Eternità ora
Francis parla di una cosa: la consapevolezza, la nostra vera natura, l’Assoluto. Questo è l’antico insegnamento della non-dualità, la base comune dell’ Advaita Vedanta, del Buddhismo Ch’an, dello Zen, del Taoismo e del Sufismo, la stessa base comune che è al centro del messaggio lasciato dai fondatori di tutte le più grandi religioni.

(continua)
In  modo amorevole, aperto, pieno di beatitudine e di pace, Francis ci conduce alla profonda comprensione che ciò che noi siamo è amore, pura consapevolezza che è al di là e fra tutte le attività della mente.
Advaita è una parola sanscrita che significa, letteralmente, “non due”. Sinonimi di Advaita sono non-dualità (o nondualità). L’Advaita non è né una filosofia né una religione. La non-dualità è un’ esperienza nella quale non c’è separazione fra soggetto ed oggetto; un “me” ed il resto dell’universo; un “me” e Dio. E’ l’esperienza della coscienza, come nostra vera natura, che rivela sé stessa quale assoluta felicità, amore e bellezza. E’ chiamata coscienza quella cosa, qualunque essa sia, che è consapevole  di queste  parole proprio qui, proprio ora.
Un saggio è chi vive in questa coscienza, essendone consapevole. Dal momento che la consapevolezza è impersonale ed universale, c’è un solo saggio oltre le apparenti distinzioni di razza, genere, età, etc. Un saggio non è necessariamente un insegnante spirituale ed un insegnante spirituale non è necessariamente un saggio. Ramana Maharshi, Krishna Menon e Jean Klein erano dei saggi che hanno insegnato nel ventesimo secolo.  Ramana Maharshi ha usato il metodo dell’auto indagine con i suoi discepoli meno avanzati. Lo studente che pratica l’auto indagine mantiene la sua attenzione focalizzata sulla sorgente dell’Io-pensieri e dell’Io-sentimenti, ogniqualvolta questi sorgano. Una volta che l’illuminazione ha avuto luogo, il processo dell’auto indagine continua senza sforzo. L’attenzione spontaneamente ritorna alla sorgente alla fine di ogni pensiero e sentimento e non c’è più bisogno di focalizzare ancora l’attenzione. Studenti più avanzati possono essere portati direttamente all’esperienza del loro vero Sé ascoltando la verità dalle labbra del guru e/o attraverso la sua silenziosa presenza. Questo viene chiamato sentiero diretto, il sentiero usato, fra gli altri, da Ramana Maharshi, Krishna Menon e Jean Klein. Il processo dell’autorealizzazione continua spontaneamente fino a quando il corpo-mente-mondo fermamente dimora nella pace e nella felicità. Tutto ciò che  può essere detto sull’esperienza della non dualità è, per bene che vada, una pallida approssimazione a livello concettuale, un mero indicatore. Il Buddismo Zen usa la metafora di un dito che indica la luna: anche se il dito indica la luna, il dito e la luna appartengono a due mondi diversi.
L’Advaita trascende tutte le religioni, le filosofie e le nazionalità. Non divide ma piuttosto unisce. Membri fanatici di diverse religioni non possono mai accordarsi sui loro concetti di Dio, ma saggi con differenti bagagli culturali  non potranno mai non essere d’accordo sulla loro esperienza condivisa della non dualità. I fondatori di tutte le grandi religioni erano dei saggi. La non-dualità è al centro dell’Induismo, del Sufismo, del Buddismo Zen, dello  Shivaismo Kashmiro e degli insegnamenti di Cristo.

 

Estratto di tutti i capitoli

INTRODUZIONE
Normalmente ci identifichiamo con un miscuglio di pensieri, percezioni e sentimenti. Questa identificazione con un corpo-mente personale è profondamente radicata in noi. Le persone intorno a noi – i nostri genitori, i nostri insegnanti, i nostri amici e così via – credevano di essere delle entità personali e noi abbiamo trovato piuttosto naturale seguire le loro orme senza discutere questa convinzione che, da un’analisi più accurata, risulterà essere l’origine di tutta la nostra sofferenza.
Se il corpo-mente è un oggetto, una collezione personale e limitata di attività mentali, allora ci deve essere un testimone al quale ciò appare. Normalmente,questo testimone viene definito con il nome di coscienza o consapevolezza.Se indaghiamo su ciò che siamo, diventa chiaro che è proprio questa consapevolezza quello che precisamente chiamiamo “Io”. La maggior parte delle persone identifica questa coscienzatestimoniante con la mente testimoniata e facendolo sovrappone le limitazioni personali di quella mente alla coscienza, concettualizzandola come un’entità personale.
Quando intenzionalmente cerchiamo di osservare questo testimone, ci troviamo di fronte ad una situazione inusuale : da una parte, il nostro tentativo sembra fallire, a causa della natura soggettiva della coscienza e dell’incapacità della mente di riconoscere qualcosa di non-oggettivo; dall’altra,l’attività mentale formata dall’attuale accompagnamento di pensieri e sensazioni sembra fermarsi per un istante. Benché questo “fermarsi” non lasci alcun ricordo a livello della mente, questa non-esperienza genera un forte sentimento di identità ed un’ineffabile certezza d’essere che noi descriviamo usando le parole “Io” oppure “Io sono”. Dopo un po’, l’ego si ripresenta con il pensiero “Io sono questo corpo-mente”, proiettando ancora una volta i limiti spazio-tempo dell’entità personale sul senza limiti “Io sono”. L’essere senza limiti dell’”Io sono” non può essere affermato dal livello della mente, ma rimane con noi come un “retrogusto”, una volta che il mondo oggettivo riappare.
Essendo stati informati della presenza di questo sfondo testimoniante ed avendo dato una prima occhiataal nostro sé reale,nasce una potente attrazioneche ci riporta ancora ed ancora a questa non-esperienza. Ogni nuova occhiata rafforza il “profumo” di libertà e felicità che emana da questa nuova dimensione. Mano a mano che la nostra presenza senza tempo diventa sempre più tangibile, la nostra vita quotidiana prende una nuova svolta. Le persone, le distrazioni e le attività che di solito esercitavano su di noi una forte attrazione, ora sono guardate con indifferenza. I nostri precedenti attaccamenti ideologici diventano, senza apparente motivo, sempre…

Capitolo 1
L’ARTE DI NON ASPETTARSI NULLA
D.: Cosa ci possiamo aspettare dai nostri incontri?
R.: Aspettatevi di imparare a non aspettarvi nulla. Non aspettarsi nullaè una grande arte. Quando non viviamo più nell’aspettativa, allora viviamo in una nuova dimensione. Siamo liberi. La nostra mente è libera. Il nostro corpo è libero. Comprendere intellettualmente che non siamo un’entità psico-fisica inprocesso di divenire è un primo passo necessario, ma questa comprensione intellettuale, da sola, non è sufficiente. Il fatto chenon siamo il corpo, deve diventare una vera esperienza che penetra e libera i nostri muscoli, i nostri organi interni ed anche le cellule del nostro corpo. Una comprensione intellettuale, che corrisponde ad un improvviso, fugace riconoscimento della nostra vera natura, ci porta uno sprazzo di gioia pura, ma solo quando abbiamo la piena conoscenza di non essere il corpo, allora siamo quella gioia.
D.: Come posso percepire, in un modo sensoriale,di non essere il corpo?
R.: Noi tutti sperimentiamo momenti di felicità che sono accompagnati da una percezione di espansione e di rilassamento. Prima di percepire il corpo, eravamo in uno stato di gioia senza tempo, senza-causa e pura e la sensazione fisica era semplicemente la sua conseguenza finale. Questa gioia percepisce sé stessa. In quel momento, non eravamo un corpo limitato nello spazio, non eravamo una persona. Noi conoscevamo noi stessi nell’immediatezza del momento. Tutti noi conosciamo questa felicità senza-causa. Quando esploriamo profondamente ciò che chiamiamo il nostro corpo, scopriamo che la sua vera sostanza è questa gioia. Non abbiamo più la necessità, né il gusto e neppure la possibilità di trovare la felicità in oggetti esterni…

Capitolo 2
IL SENTIERO DIRETTO
D.: Quando sperimentiamol’illuminazione, siamo consapevoli delle nostreincarnazioni passate? E’ questo ciò che intendono i maestri Ch’an quando parlano del vedere il nostro volto originale?
R.: Colui che “sperimenta” l’illuminazione non è un’entità limitata, presumibilmente soggetta alla reincarnazione. C’è solo una luce, una consapevolezza nella quale tutti i tempi, tutti i mondi e tutte le incarnazioni esistono, in una simultaneità senza tempo al di fuori della portata della mente seriale.Di fatto, nessuno sperimenta l’illuminazione, poiché essa è un’esperienza non-oggettiva, in assenza di un’entità personale. Si può dire che, in questa non-esperienza, il nostro volto originale veda sé stesso; lì, tutte le domande trovano la loro risposta Ultima.
D.: Se c’èuna fine dell’ignoranza, deve essercene anche un inizio. Come può quindi essere “senza inizio”? Se c’è un inizio della delusione, come posso essere certo che non ricomincerà ancora, dopo esserefinita?
R.: Ogni cosa che ha un inizio ed una fine, haorigine da, esiste in e si fondein questo sottofondo senza tempo della consapevolezza. Anche se ogni cosa sembra avere un inizio ed una fine nel tempo, un’indagine approfondita rivelerà che in realtà ogni cosa, incluse le nozioni del tempo e dello spazio, ha la sua origine e la sua fine nella nostra essenza senza tempo: la consapevolezza, il nostro vero “Io”.Avendo la sua origine e la sua fine nella coscienza, una tale “cosa” non è diversa dalla consapevolezza. La sua sostanza èconsapevolezza,proprio come l’oro è la vera natura di un anello. Ne consegue che ogni cosa è pura coscienza, puro essere, pura beatitudine. Il tempo e tutti gli altri oggetti, in quanto tali, sono illusioni. Essi prendono in prestito la loro realtà dalla coscienza, ma non hanno un’esistenza indipendente e quindi non hanno né inizio né fine nel tempo.
Quandoparli di delusione,presupponi, implicitamente, che ci sia una persona che viene delusa e che si illuminerà ad un certo punto nel futuro. Seindagherai seriamente a riguardo di questa entità personale, scoprirai che si tratta semplicemente di un oggetto percepito, fatto di pensieri e di sensazioni fisiche,soggetto ad apparire e scomparire, totalmente distinto dal sé permanente che tu, intuitivamente, sai di essere. Dunque, chi era soggetto alla delusione? Non può assolutamente essere la consapevolezza,il tuo vero sé, la verità Ultima; ma, d’altra parte, non può assolutamente essere neppure un’entità personale, perché una tale entità è…

Capitolo 3
L’AMORE NON MUORE MAI
D.: Le persone che si fermano un attimo a domandarsi, onestamente,“Chi o cosa sono io?”, ammetteranno rapidamente di non saperlo. Qual è la nostra vera natura?
R.: Non sono certo cheammetterebbero velocemente di non saperlo, poiché è necessaria una profonda ricerca per produrre la maturitàdi un’esperienza profonda. Se, dopo aver tentato di comprendere chi sei, la risposta è ”Nonso” io direi, “Bene. Cerca ancora”. Questa ricerca su chi siamo è un’impresa seria. Deve diventare la sola domanda nella nostra vita, non semplicemente una domanda cheripetiamo verbalmente “Chi sono io? Chi sono io? Chi sono io?”. Deve sopraggiungere inaspettatamente, ad esempio, quando un compito è stato completato, quando siamo in un momento di apertura.
Questa domanda può manifestarsi in forme diverse, come ad esempio: ”Cos’è la vita?”; “Cos’è la felicità?”; ”Cos’è la verità?” . Tutte queste domande sono equivalenti e portano alla stessa domanda:“Chi sono io?”.Quando una di queste domande sorge in modo spontaneo, dovremmo rispondere aprendo il nostro cuore, dandole tutta l’attenzione e l’amore di cui siamo capaci e vivendo con essa. Allora la ricerca resta viva in noi. Essa apre un sentiero di comprensione e chiarisce la mente. Noi ci troviamoin questa apertura, aperti all’ignoto edin questa quiete c’è l’opportunità di essere portati al di là, alla comprensione che noi siamo ciòchestiamo cercando.
D.: Hai messo in evidenza il fatto che nonè saggio affrontare troppo velocementela domanda ”Chi sono io?”. Ci sono persone che dedicano la loro vita a questa domanda oppure adun suo particolare aspetto.Per esempio: un filosofo può dedicare la propria vita a rispondere alla domanda ”Cos’è la vita?”, mentre un fisico può dedicare tutto sé stesso a capire ”Cos’è il mondo?” ed unopsicologo può passarela suavita chiedendosi ”Cos’è una persona?”. Forsequalcuno di questiapprocci , sviluppatofino alla sua fine naturale, può essere una stradapossibile verso la nostra vera natura?
R.: Questi metodi di ricerca non portano il ricercatore da nessuna parte. Per bene che vada, lo portano a comprendere di stare viaggiando in un vicolo cieco. Questo è già un raggiungimento. La vera domanda “Chi sono io?” richiede un’enorme maturità, altrimenti la ricerca non è genuina, perché corrotta dai desideri e dai concetti sbagliati dell’ego…

Capitolo 4
LA NOSTRA VERA NATURA NON E’ UN OGGETTO
D.: Cos’è la nostra vera natura?
R.: Non è un oggetto. Non è qualcosa che può essere percepito dai cinque sensi o che può essere concepito dallamente. La nostra falsa natura è sempre un qualche tipo di oggetto. Il corpo, per esempio, è un oggetto. E’ un insieme di percezioni, sensazioni e concetti su cos’èil nostro corpo. Anche la mente è un oggetto. Tuttavia, la nostra vera natura non è un oggetto.
E’ molto difficile parlarne perché le parole e la struttura del linguaggio sono progettati per riferirsi ad oggetti. Non abbiamo parole che possano descrivere qualcosa che è non oggettivo. Dobbiamo, perciò,usare metafore o negazioni. Così,diciamo che non siamo il nostro corpo, che non siamo la nostra mente. Ciò nonostante, NOI SIAMO. La nostra esistenza è qualcosa di cui noi tutti siamo assolutamente certi. Qualunque altra cosa potrebbe essere un miraggio, un’illusione, un sogno. E anche se così fosse, continueremmo a non avere alcun dubbio sul fatto che NOI SIAMO.
La nostra vera natura è elusiva. Non possiamo vederla, né toccarla, né concepirla e neppure afferrarla. Però, è l’unica cosa della cui esistenza possiamo essere sicuri. Pensarla in questo modo, dire quello che non è, inconsapevolmente ci orienta verso il nostro sfondo senza tempo. Diventiamo disponibili ad essa. Questo è tutto quello che possiamo fare, essere apertiad essa. Non possiamo far sì che siriveli. Essa si rivela a suo proprio piacere, come verità, bellezza, amore ed immortalità.
D.: Vuoi dire che essa non è rivelatain alcune situazioni, come ad esempio quelle non belle? Perché non si rivelain ogni momento?
R.: Forse si rivela in ogni momento e noi guardiamo, semplicemente, da un’altra parte. Piuttosto spesso, ilmodo migliore per nascondere un oggetto è quello di metterlo in bella vista. Il nostro vero sé, così vicino e così luminoso da non poter essere visto con gli occhi, ha il suo nascondiglio nell’immediatezza dell’adesso.
Noi vorremmo vederlo in ogni momento, come un oggetto di fronte a noi, ma questo non è possibile, perché gli oggetti vanno e vengono, nascono e muoiono. La sua bellezza sta nel suo…

Capitolo 5
LA VERA VITA NON HA UNO SCOPO
D.: La vita ha uno scopo?
R.: La vera vita non ha uno scopo. La vera vita è pura gioia, è pura libertà. Ora, se per vita tu intendi questa esistenza fra la nascita e la morte, si potrebbe dire che il suo scopo sia conoscere la verità.
D.: Alcune persone sentono che lo scopo di quest’esistenza è contribuire al bene più grande, aiutare altre persone, fare del loro meglionellasituazione in cui si trovano ed aiutare la loro famiglia. Quandotu dici che l’unica meta è quella di conoscere la verità, come spieghi a quelle persone che questa meta è più importante di quella verso la qualestanno andando ?
R.: Primo, non c’è alcuna incompatibilità fra conoscere la verità ed essere un buon marito o una buonamoglie,un buon padre o una buona madre, un buon cittadino. Al contrario, solo in assenza della credenza di essere un’entità separata, un ego, una persona,possiamo essere aperti al vero amore, alla vera bellezza e vivere una vita felice, creativa ed armoniosa.
D.: Se qualcuno vuole cercare la verità, mentre porta avanti una famiglia, guadagnandosi da vivere ed avendo a chefare con la propria infelicità privata, come può fare?
R.: Attraverso l’intelligenza. Il comprendere non richiede nessun cambiamento materiale nel nostro modo di vivere. Iniziamo con quello che abbiamo a portata di mano, interrogandoci suchi siamo, sulle nostre percezioni, sentimenti e pensieri. Questa investigazione nellanostra vera realtà non è semplicemente concettuale, ma include tutti gli aspetti della nostra vita.
D.: Una tale ricerca può essere portata avanti anche nel mezzo di una vita movimentata? …

Capitolo 6
JOHN DOE, L’ATTORE
D.: Mi piacerebbe sapere setu hai visto la tua natura originale.
R.: Perché ti piacerebbe saperlo?
D.: Mi piacerebbe saperlo perché io penso che una persona che abbia visto la sua natura originale potrebbe essere un insegnante per me.
R.: Il tuo insegnante deve essere scoperto nel tuo cuore. Devi trovarlo da solo. Quando lo trovi, allora scopri la tua vera natura.
Di fatto, non c’è nessun insegnante. C’è un insegnante soltanto fino a quando uno si considera studente. Allo stesso modo, fino a quando un bambino ha bisogno di essere allattato allora c’è una mamma che lo allatta. Ma dal punto di vista del cosiddetto insegnante, non c’èuna tale distinzione. C’è soltanto l’accogliere, l’unità, la felicità.
D.: Lo studente e l’insegnante sono uno e la stessa cosa.
R.: Assolutamente.
D.: Ho appena letto un articolo su un giornale diyoga. Asseriva con forzache iguru e gli insegnanti sono, forse, il più grande impedimento sul pianeta. L’autore suggeriva di mantenerela nostra libertà personale e di trovare semplicemente chi siamo, invece di rimanere uno studente e di seguire qualcuno, leggere librio continuare senza sosta a cercareun altro insegnante.

R.: Fino a quando ti consideri un’entità personale, puoiprendere due posizioni: una,quella in cuivuoi qualcuno che ti aiuti, oppure un’altra nella quale vuoi trovare la verità da solo e non vuoi che ti venga insegnata. Anche se qualcuno ti aiuta,hai bisogno, come minimo, di completare il lavoro. Questo è il motivo per cui un buon insegnantenon ti dà tutto già pronto, pre-digerito. Egli ti dà del materiale sul quale lavorareeda comprendere da solo…

Capitolo 7
UN VERO INSEGNANTE NON SI CONSIDERA UN INSEGNANTE
D.: Come può, un ricercatore, sapere di aver trovato un insegnante autentico e non semplicemente qualcuno che offre una nuova filosofia o una nuova versione di una vecchia filosofia?
R.: Ci sarà, all’inizio, l’intuizione che questa persona potrebbe essere quella che stava cercando perché lo aiuti lungo ilsentiero.Poi, ad un certo punto, attraverso le parole ed i gesti dell’insegnante, attraverso la modulazione della sua voce e lo sguardo nei suoi occhi, oppure, ancora più importante, attraverso la sua presenza silenziosa (poiché ogni cosa in un insegnante autentico parla della verità, viene dalla verità ed invita alla verità), avrà luogo una fusione nel cuore che darà al ricercatore la totale convinzione di aver incontrato quello che stava cercando. In questo vero incontro con il suo insegnante, egli incontra la suprema amicizia ed intelligenzache entrambi hanno in comune: egli incontra sé stesso.
Un vero insegnante non si considera un insegnante. Non pretende di essere diversodal suo studente. Non cerca di manipolarlo. Lo lascia con un sentimento di aumentata libertà, di maggiore autonomia. Non è una figura paterna e neppure cerca di convertire lo studente. Il suo comportamento è un perfetto esempio di umiltà e di devozione alla verità.
Più delle sue parole, la sua umiltà e la sua genuina innocenza convincono il ricercatore, nel profondo del suo cuore, di averincontrato l’insegnante che stava cercando…

Capitolo 8
NON ESISTE NULLA CHE NON SIA LUI
D.: Cos’è l’illuminazione?
R.: L’illuminazione è l’esperienza della nostra vera natura, resa possibile dalla profonda comprensione di ciò che non siamo.Come non c’è bisogno di accendere una candela in una stanza nellaqualesono state apertele tende, per lasciare entrare la luce del sole, allo stesso modo nient’altro è necessario una volta che l’errata identificazione con ciò chenon siamo è stata rimossa e la nostra vera natura risplende quindi nella sua gloria eterna.
D.: L’illuminazione, allora, è l’abbandonare ilpensiero che noi siamo qualcosa, quando, di fatto, non lo siamo.
R.: Sì. E’ prendere, consapevolmente, una posizione come consapevolezza disidentificata da qualsiasi pensiero o sentimento limitante. Dal punto di vista della persona, da un punto di vista relativo, è un evento ipotetico nel tempo e nello spazio, ma questo è un concetto errato che ha origine dalla persona. Dal punto di vista della luce, c’è solo luce. Là, c’è sempre stata e sempre ci sarà soltanto luce. Essa è oltre il tempo.
D.: Sembra un paradosso,poiché quello che tu stai dicendo presuppone che non ci possa essere una cosa come una persona illuminata. Questa sarebbe unacontraddizione in termini.
R.: Esattamente.
D.: Eppure, io ho l’impressione che alcuni individui siano illuminati e che altri non lo siano. Questo è forse un concetto errato? …

Capitolo 9
LO SPLENDIDO GIOCO DELL’ADESSO SENZA TEMPO
D.: Uno dei miei più grandi dilemmi è stata la relazione fra maestro e discepolo. Un mio amico sostiene: ”Non rinunciare mai al tuo diritto di fare domande”.Altri, invece, pensano che “abbandonarsi”sial’ideale.
R.: Il tuo amico ha ragione. Come puoi abbandonarti completamente se hai ancora dei dubbi? Un tale abbandonarsi non sarebbe naturale, ma, piuttosto, uno sforzo di abbandonare le tue idee e di sostituirle con dei concetti nuovi, quelli del tuo insegnante. Sarebbe un abbandonarsi ai nuovi concetti, non alla verità. La verità non è un concetto. E’ la tua realtà vivente; è assoluta libertà da qualunque concetto. Non puoi mai metterla in una gabbia, nemmeno nella gabbia d’oro delle parole del tuo insegnante. Tutto quello che puoi fare riguardo alle cose che dice il tuo insegnante è prenderle in considerazione. Se il tuo insegnante è un insegnante autentico, le sue parole gradualmente eroderanno i tuoi dubbi. Prendere seriamente in considerazione le parole del tuo insegnante è già un perfetto abbandonarsi. E’ il meglio che tu possa fare. Lascia che sia lui a fare il lavoro per te. Un vero insegnante darà sempre il benvenuto alle tue domande, almeno fino a quando avrai una conoscenza diretta della tua vera natura. Allora, egli potrà scegliere se rispondere alle tue domande, se lo riterrà opportuno. Per esempio, potrebbe aiutarti ad espandere la tua comprensione della prospettiva spirituale in un problema pratico nella tua vita, oppure potrebbe semplicemente ricordarti, qui ed ora, la verità che tu hai già sperimentato. In entrambi i casi, le tue domande troveranno risposta in te.
D.: Perché io sto avendo questa conversazione con te?
R.: Devi trovare da solo la risposta a questa tua domanda. Qual è il tuo motivo? E’ un sentimento di mancanza, di incompletezza, oppure di insoddisfazione? E’ un desiderio di capire?

Capitolo 10
LA VERA COMPRENSIONE E’ NEL CUORE
D.: La maggior parte delle persone, nella loro vita quotidiana, è coinvolta nel guadagnarsi da vivere, nel frequentare gli altri e, in mezzo a tutto questo, nel cercare di trovare un po’ di felicità. La visione non-duale ha qualcosa da dire che potrebbe essere di aiuto a queste persone?
R.: Noi tutti cerchiamo la felicità. La maggior parte delle persone si dibatte per raggiungere questa meta apparentemente inaccessibile. Da bambini, cerchiamo la felicità nel giocattolo che stiamo aspettando; da ragazzini, potremmo sperare di raggiungerla se siamo abbastanza fortunati da vincere il prossimo gioco o da avere un appuntamento con quel bel ragazzo o quella bella ragazza che abbiamo visto sulla spiaggia; da adulti, potremmo pensare che la ricetta della felicità sia una miscela complessa formata dall’avere un buon lavoro, un matrimonio felice, dal possedere una casa, avere dei figli, essere sani e così via. Quandoguardiamo in modo generale questo quadro, vediamo di essere in uno stato permanente di sforzo, sempre a desiderare qualcosa, sempre ad aver paura di qualcosa, sempre a cercare la felicità, eppure sempre infelici. Questa oscillazione senza fine fra il passato ed il futuro ci impedisce di vivere pienamente la presente realtà della nostra vita. Ciò produce in noi una profonda insoddisfazione che, se ascoltata, si trasformerà in un sentimento molto positivo. Questa insoddisfazione ci porta a domande del tipo: “Come posso sfuggire da questo ciclo infernale di paura e desiderio?Da dove viene questa felicità che ho sperimentato, di tanto in tanto? Posso stabilizzarmi permanentemente in questa felicità? Posso vivere una vita che sia piena e creativa? Come posso usare al meglio il mio tempo?”.
Queste domande indicano che siamo già in qualche modo maturi, nel senso che abbiamo visto il problema. Abbiamo in qualche modo capito che passare da un desiderio all’altro non porta da nessuna parte e che una volta ottenuto l’oggetto desiderato o una volta evitato l’evento temuto, passiamo a qualcosa di nuovo, in un processo senza fine di tentativi e sforzo. Quando realizziamo questo, siamo aperti ad una nuova prospettiva. Avendo compreso che la pace e la felicità che stiamo cercando non possono essere trovate in nessun oggetto, che ciò che davvero desideriamo non è l’oggetto in sé stesso, ma la felicità svelata, quando, una volta ottenuto l’oggetto desiderato, il desiderio cessa, allora cominciamo ad aspirare direttamente allo stato senza desiderio, alla felicità, invece di aspirare agli oggetti.

Capitolo 11
IL PROFONDO SONNO E’, LA MORTE NON E’
D.: Che cosa fa sì che questo mondo diversificato appaia come un insieme omogeneo e significativo?
R.: E’ la sua sorgente, la coscienza. Essa incolla insieme i vari elementi, poiché due oggetti non possono mai riferirsi direttamente l’uno all’altro. Ogni oggetto si riferisce solo alla sua sorgente, la coscienza. Due oggetti, siano essi pensieri o percezioni, non possono mai essere messi in relazione diretta e reciproca.
D.: Se due oggetti non possono essere messi in relazione l’uno con l’altro e può apparire solo un oggetto alla volta, ci dovremmo aspettare che il risultato sia frammentato. Ma, certo esso ci lascia con l’impressione che si tratti di un tessuto continuo e senza interruzioni, senza buchi da nessuna parte e non frammentato. Da dove sorge questa apparente continuità dell’insieme?
R.: Dalla coscienza. Questa continuità è la continuità della coscienza. Questa permanenza non appartiene al mondo. Ciò diventa evidente quando passiamo dallo stato di veglia, agli stati di sogno o di sonno profondo. Il mondo prende in prestito la sua continuità dalla coscienza, nello stesso modo in cui lo schermo è l’elemento permanente dietro il film. Continuità, realtà, essere, coscienza sono sinonimi, da questo punto vista. Si riferiscono allo stesso “Io sono”.
D.: Potresti commentare la visione buddista secondo la quale l’universo, come un film, appare in una serie di inquadrature immobili in successione? Anche Ramana Maharshi usava questa analogia. La fisica, d’altra parte, non trova nulla di questo tipo. Se c’è una qualche discontinuità, deve essere trovata nella meccanica quantistica, dove il processo dell’osservazione, della “misurazione”, su un sistema fisico, sembra generare un’improvvisa discontinuità. I Buddisti dichiarano che queste discontinuità ci sono e che lepossono sperimentare. Stai dicendo che la continuità è in qualche modo “datain prestito” dalla coscienza, a qualcosa che è discontinuo?
R.: Sì, la vera continuità é nella coscienza. La coscienza è l’unica “cosa” che noi sperimentiamo direttamente come continua, senza cessazione. Ogni altra cosa è impermanente. Il mondo sembra permanente solo perchè abbiamo spostato l’enfasi dalla coscienza agli oggetti, alle apparenze.

Capitolo 12
TU SEI INNAMORATO DELL’AMORE
D.:Un insegnante moderno della non-dualità, ha osservato che un corpo rilassato è un corpo morto .Questa è un’affermazione piuttosto paradossale per orecchie moderne. Nella nostra società, il rilassamento è una virtù; è ambito; vengono anche vendute delle tecniche per ottenerlo. Mi chiedo sepuoi chiarire cosa voleva dire con questa affermazione?
R.: Un modo per chiarire questo punto è fare la domanda opposta: cos’è un corpo pieno di vita? Cos’è la vita nel corpo? La sorgente Ultima di ogni cosa, la vita stessa, è la coscienza. Tutto ciò che appare, inclusi il mondo ed il corpo, appare nella coscienza come sensazioni o pensieri. Così, un corpo che è vivo è un corpo pieno di coscienza, totalmente aperto nella coscienza.
Ciò non dovrebbe essere preso per un’affermazione intellettuale, indipendentemente dal suo valore. Piuttosto, questo ci conduce verso un’esperienza nella quale il corpo, invece di essere sentito, come normalmente avviene, solido, opaco, pesante, morto, è percepito etereo, trasparente, senza peso, estremamente vivo. Fino a quando manteniamo la nozione di essere il nostro corpo, un oggetto con un contorno ed un peso, ne manteniamo la pesantezza, la solidità, l’oggettività. Lo rendiamo inerte e morto comeuna pietra.
D.: Quando descrivi una pietra come ben definita, con una forma ed una discreta massa e forma e dici che è morta, le persone sarebbero d’accordo. Ma, sedici la stessa cosa del corpo, quando sembra essere opaco e ben definito nella forma, loro potrebbero obiettare e dire “No. Quello che noi intendiamo per vivo non è senza forma, leggero o senza peso, ma piuttosto è sensibilità e consapevolezza”. Potrebbero dire che possono sdraiarsi ed essere completamente rilassati, ma anche, contemporaneamente, molto sensibili e consapevoli del loro ambiente circostante; dunque, diversamente dalla pietra, vivi. Io penso che là inizi la difficoltà di comprendere perché “Un corpo rilassato è un corpo morto”.
R – Prima di arrivare lì, comprendiamo anzitutto che quello che uccide il corpo è la nostra identificazione con esso e ciò che lo rende vivo è …

Capitolo 13
RISVEGLIARSI ALLO SPLENDORE IMMORTALE
D.: Non sono molto familiare con le pratiche effettive associate alla tua interpretazione dell’Advaita, ma mi pare che condividano la loro comprensione essenziale con lo Zen ed il Sufismo, i due sentieri con i quali mi sembra di risuonare di più.
R.: Assolutamente. La non-dualità è l’essenza di tutte le tradizioni spirituali autentiche, come il Ch’an, lo Zen, l’Advaita Vedanta oppure il Sufismo. Le apparenti contraddizioni fra queste varie tradizioni sono solamente delle differenze nelle formulazioni della stessa verità da parte di vari saggi, in diverse epoche, in diversi contesti. Se Huan Po, Rumi, Shankara, Parmenide e Maestro Eckhart si fossero incontrati, immediatamente avrebbero riconosciuto la base comune della loro unità al di là della mente e al di là di tutte le apparenti differenze.
D.:La mia domanda riguarda il ruolo del Guru nel “processo d’illuminazione” del ricercatore. Mi chiedevo quale tipo di relazione tu senti essere necessaria e/o appropriata.
R.: Il vero insegnante è nel tuo cuore. La presenza silenziosa nel tuo cuore riconoscerà la fragranza della verità, l’amore e la semplicità che emanano dal tuo insegnante umano, proprio come l’istinto dell’ape si sveglia quando essa percepisce il profumo di un fiore lontano. Questo riconoscimento diretto contiene già l’essenza dell’illuminazione. Questo incontro è, in molti casi, necessario ed è sempre un atto di grazia. Senza l’intervento della grazia, l’illuminazione è impossibile, poiché l’ego non può liberare sé stesso da solo più di quanto una macchia d’inchiostro possa essere lavata via in un secchiello riempito dello stesso inchiostro.
L’insegnante umano è solamente un’apparenza, un’ombra sullo sfondo della luce che è il vero insegnante. Ogni cosa che può essere detta, ogni conclusione che può essere raggiunta riguardo a quest’ombra, sarà illusoria come lo è l’ombra stessa. Non cercare di qualificare quest’ombra come illuminata o non illuminata, stabilizzata nella luce o non stabilizzata nella luce.
Semplicemente sii totalmente aperto a tutte le possibilità. Il vero insegnante, che parla nel tuo cuore, non violerà mai i tuoi sentimenti più profondi, né mai cercherà di controllare le tue decisioni. Il vero insegnante, che è dentro di te, non ha un programma personale. Questa presenza ti libererà dalla tua frustrazione, rabbia e paura e ti aiuterà a realizzare la bellezza, la comprensione e l’amore che sono già in te. Se c’è, in un qualunque momento, una contraddizione evidente fra la voce all’interno ed i consigli del tuo insegnante umano…


Codice: ISBN 978-88-951680-0-5
Dimensioni: cm. 13,7 x 21,5 x 1,6
Rilegatura: brossura – Pagine 223

Prezzo: € 18,00 + € 2,00 di contributo per spese di spedizione




 

 

 

 

 

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